Terzo incontro, stesso pensiero: interessante, istruttivo, amichevole. Stavolta il tutto si è svolto direttamente “a casa”, nella sede ufficiale dell’associazione “I ragazzi della panchina”: siamo stati accolti come dei vecchi amici dai sorrisi degli operatori, che ci hanno dato il benvenuto anche con un piccolo rinfresco.La sede l’ho trovata diversa da come l’avevo immaginata, molto più semplice, con uno stanzone più grande come prima stanza, dove sono stati posti due tavolini, un mobile con una tv, un calcetto e scaffali con tanti libri sopra: come ci hanno detto la maggior parte erano “in giro”, presi da coloro che frequentano la Panka (il nome amichevole dato all’associazione), e per una lettrice come me è stato veramente affascinante notare che questo passatempo veniva proposto alle persone per lasciare questo mondo così difficile, per far viaggiare la mente non con sostanze proibite e pericolose, ma con la semplice forza della fantasia. Successivamente ci hanno mostrato le altre due stanze, più piccole, entrambe con un computer e dei tavolini. Ma quello che mi ha colpito di più sono le pareti: vi erano appese foto, disegni, articoli di giornale, manifesti, come per ricordare che l’associazione non era fatta solo di muri e ideologie, ma anche di avvenimenti,di fatiche e sacrifici, di speranze ma soprattutto di persone, persone che avevano lottato per garantire ad altri un posto sicuro in cui lottare contro il loro male, che gli permettesse di essere compresi e accettati, e quindi di guarire.
Sistemate poi alcune sedie nella stanza più grande, il dottor Zamai ha esordito ponendoci una domanda: “Come vi è sembrato l’incontro dell’altra volta?”; questo cercare di renderci partecipi ci fa sembrare di essere i veri protagonisti, come se vedessero anche loro questa come una prova da superare non per un guadagno scolastico, come nel nostro caso, ma come una possibile crescita, che cercano di trasmettere anche a noi. Purtroppo, un po’ per l’imbarazzo, un po’ per la delicatezza dell’argomento, tendiamo sempre a rimanere taciturni, come se ogni nostra parola rischiasse di rompere un’atmosfera così rilassata, eppure così fragile.
Il Dottor Zamai ha quindi continuato riassumendoci un po’ i punti base dei precedenti incontri, sempre con quel modo che fa trasparire la passione e il fascino che un tale argomento esercita su di lui, che tocca un po’ tutti noi. Oltre a lui, a Gigi DalBon, agli operatori e allo stagista che abbiamo conosciuto ai precedenti incontri, erano presenti anche altre persone, e in particolare mi ha colpito una signora, ex insegnante, e anche lei protagonista in primissima persona della crescita di questa struttura: il suo primo approccio con la panchina, ancora prima che essa desse il nome all’iniziativa, è avvenuto grazie a una colomba, portata dalla signora in persona a quei ragazzi seduti che incutevano timore agli altri e dagli altri evitati; spero solo di avere anch’io la possibilità e il coraggio, in futuro, di fare un tale gesto.
Ci hanno poi mostrato una videocassetta che raccontava la storia della Panka, degli incontri e vari tentativi per permettere che essa nascesse, e delle persone che hanno dato il via a tutto questo: trasmetteva la speranza che avevano di guarire ma anche la sgradevole sensazione di un incombente fine, forse data anche dalla consapevolezza che molte delle persone che avevano fornito la propria testimonianza per quel filmato non c’erano più; ma come ha sottolineato Fabrizio, un collaboratore, la loro anima non se n’è andata, è sempre li accanto a loro, per sostenere l’associazione ma soprattutto coloro che si rivolgono ad essa per un aiuto. La parte che più mi ha colpito del filmato è stato l’incontro tra un tossicodipendente e un medico, che sottolineava quanto fosse freddo e, in un certo senso, inutile il semplice approccio medico, inteso come somministrazione giornaliera di medicine: il “malato” entra, il dottore dà la dose di medicina, il malato esce; nulla di più. Ma soprattutto mi ha colpito un gesto in particolare: il dottore apriva la boccetta e ne versava il contenuto nel bicchiere, e subito dopo il malato la riprendeva in mano e la scuoteva per verificare se veramente la medicina era finita; l’ho inteso come una mancanza di fiducia nei confronti dell’altro, come se il medico fosse visto dal paziente come uno che “lo vuole fregare”, e un tale ingrediente quale è la fiducia non dovrebbe mancare in un rapporto così importante, da cui dipende l’uscita di una persona da un tunnel che rischia di essere infinito. Ma si può anche vedere come la nascita di un’altra dipendenza: banditi gli stupefacenti, ora la nuova droga consiste in una boccetta con un liquido che allieva i dolori, che appena ingerita ci fa stare meglio, e non solo fisicamente; e come può essere vista questa, se non come una nuova dipendenza?
Ho scritto ascoltando “I giorni” di Ludovico Einaudi. Per il semplice motivo che mi dona la serenità adatta a scrivere, ma anche perchè ha in un certo senso ricreato l’atmosfera di oggi pomeriggio: la pura sensazione di coinvolgimento, di entrare in una causa non nostra, ma che ci tocca in prima persona; perchè racconta tante storie a noi vicine, a cui le nostre vite o quelle di persone che conosciamo in futuro potrebbero assomigliare, ma che ci danno la testimonianza che, come si è caduti, ci si può anche rialzare, e con l’appoggio di qualcuno che ci sorregge nei nostri primi passi.
Questa canzone trasmette anche tranquillità: la tranquillità che molte persone desiderano, che ricercano nella droga, e che subito dopo non riescono più a trovare; ma anche la tranquillità che si può cercare di riconquistare lottando ogni giorno contro il nostro male; la tranquillità che dovrebbero avere tutti, e che hanno coloro che non ci sono più; quella tranquillità che bisogna cercare e per cui si deve vivere, vivere, vivere. E magari da donare a chi non l’ha più.
Lara












Aprile 4, 2008 alle 12:34 pm |
Grazie, Lara, per un resoconto così particolareggiato e sincero, che lascia trasparire la partecipazione, l’empatia. Hai perfino parlato dell’accompagnamento musicale con cui hai scritto… è un modo di rivelare qualcosa di te, di metterti un po’ in gioco anche tu ed è questa la cosa che maggiormente apprezzo del tuo post. Oltre naturalmente a molte altre… ma per brevità chiudo qui.
Io sono la “signora, ex insegnante” che hai incontrato quel giorno. Ciao!
Aprile 4, 2008 alle 12:36 pm |
Grazie, Lara, per un resoconto così particolareggiato e sincero, che lascia trasparire la partecipazione, l’empatia. Hai perfino parlato dell’accompagnamento musicale con cui hai scritto… è un modo di rivelare qualcosa di te, di metterti un po’ in gioco anche tu ed è questa la cosa che maggiormente apprezzo del tuo post. Oltre naturalmente a molte altre… ma per brevità chiudo qui.
Io sono la “signora, ex insegnante” che fu “protagonista”, che hai incontrato quel giorno. Ciao!