Magari

Stavo andando giù a prendere un caffè al mio vecchio e scorrendo il corridoio della corsia vidi appena dentro una stanza un signore seduto sul suo letto che guardava in corridoio mentre masticava il suo cibo. Fu solo un attimo e poi non lo vidi più, già puntavo verso un’altra porta. Però il flash di quel signore aveva lasciato in me qualcosa, quei suoi occhi.. mi chiedevo perché ci stavo ancora pensando quando in un attimo tutto si aprì: quello era il mio vicino di letto proprio qui quand’ero anch’io ricoverato, quello muto. Ricordo che a qualcuno ne avevo parlato, quel signore che respirava per un buco apertogli sul collo dal bisturi di un chirurgo e che non aveva più corde vocali, quello per cui andai in crisi di identità. Mi sapevo intollerante verso le persone con questo ai miei occhi brutto problema, provavo una specie di disgusto verso quel  buco direttamente in contatto con i polmoni nascosto appena da quello straccetto che si mettono davanti. Arrivando dalla medicina d’urgenza, spinto  su un letto mi vidi parcheggiato e ben bloccato coi freni proprio in parte al suo letto. Caffè e dolcetto in mano per il mio vecchio ripercorsi il corridoio al mio ritorno con la ferma intenzione di togliere ogni dubbio su questa storia. “Si!! E’ proprio lui” Stavolta avevo avuto il tempo di occhiarlo meglio. Stava guardando il piatto ma prima che andassi oltre ha intuito il passaggio di qualcuno ed ha guardato fuori. È stato come l’accendersi di una luce, quegli occhi..  Capelli arruffati dal cuscino, braccia a macchie nere di ematomi come chi è in lunga degenza, lineamenti scarni, e poi mangiava di gusto, era lui. Mi  credete che non ho scorto la garza tra il colletto del pigiama? Non ho fatto in tempo, come ha alzato gli occhi tutto il resto è scomparso, annullato da quel suo sguardo. Al mio ricovero oltre a quel signore in camera c’era al terzo letto un tipo che era completamente fuori, in più stava prendendo un farmaco che come effetto collaterale aveva anche (in soldoni) la perdita del seminato: faceva e diceva cose strane, a tutte le ore, giorno e notte, anche la domenica. E in parte avevo questo signore con cui dopo una prima occhiata al mio ingresso, non volli incrociare lo sguardo nemmeno  quando fui messo al suo fianco, tutto preoccupato di scoprire chissà cos’altro di raccapricciante e questo già dice che non lo discriminavo male. Il massimo che mi concedevo proprio perché non ne potevo fare a meno era di stare a letto a faccia in su, sennò girato verso la finestra, mai dalla sua parte. E poi non parlava, le conversazioni  che instaurava con gli operatori avevano un alfabeto di mugugnii e gesti con suoni gutturali che gli uscivano dalla bocca, rumori di mandibola più che di suoni veri e propri. Poi un altro momento che richiedeva pelo sullo stomaco era quando si liberava il buco dal catarro espellendo l’aria dei polmoni con più forza possibile sennò non riusciva bene, oltre a quello che vi lascio immaginare generava un suono quasi di trombetta. Mamma che roba, ce l’avevo ad un metro, e appena dopo c’era il tipo dal cervello creativo. Non male come compagnia? E lui niente cosa più facile, avvertiva questo mio atteggiamento di feroce distacco. Un giorno però non potei non incrociare il suo sguardo e li, per la prima volta vidi la luce che il suo volto emanava. Accolse la mia prima occhiata su di lui con un sorriso luminoso  che mi perdonava tutto. Erano i suoi occhi che illuminavano. Distolto lo sguardo appena possibile mi restò quella sensazione.. sapete come quando si  guarda la tv e si  spera che ci sia il replay, per vedere meglio? Non resistetti e alla prima occasione volli rifare l’esperienza almeno per un attimo: ancora! Sorriso e luce, che più scoprivo e più si confermava. Cominciai a volerne sapere di più, in quel posto il tempo non manca e trovare qualcosa da fare tra l’altro pure affascinante come scoprire una persona senza sapere niente di lui, per la mia mente flippata era un vero toccasana, oltre che una  voglia personale di provarci. Cominciai a guardarlo senza che si accorgesse, pronto a scattare come una molla al primo accenno di “tosse” o chissà che altra schifezza  e distogliere lo sguardo e cercare di spegnere il mio udito. Un giorno gli fece visita un giovane uomo, fisicamente un po’ gracile ma un bel tipo, sveglio anche se pacato. Lo chiamava papà; papà di qua papà di la, poi scambiammo anche qualche battuta assieme, tranquillamente, fa piacere sentirsi come una persona normale in certi momenti, quello era uno di quelli; da quando entrai in pronto soccorso in quella maledetta notte (che per poco non fu l’ultima) del 21 marzo 2007 non mi era mai successo ancora (ps. Fabrizio De Andrè diceva che crepare di maggio ci vuole tanto troppo coraggio, che dritto all’inferno è meglio andarci d’inverno,  chissà cosa avrebbe detto di farlo il primo giorno di primavera) Poi con il padre che seguiva e annuiva ai nostri discorsi il figlio riuscì anche a coinvolgerlo e pilotando da esperto qual’era ci siamo trovati a parlare tutti assieme. Con un po’ di malinconia alla fine della visita lo vidi salutare e andarsene. Lo seguii con lo sguardo fino alla fine e poi guardai il padre e lui con tutta la sua luce mosse le labbra in un: Mio figlio! Annuiva con quel suo sorriso sereno guardandomi, e poi ancora: mio figlio! Chissà quante altre cose avrebbe voluto dirmi di lui, ma credetemi, quello che vedevo davanti a me bastava veramente a dirmi tutto e per la prima volta senza nascondermi  lo guardai dritto in quei suoi occhi e annuii dicendogli senza parlare: ho capito, e lui non ebbe dubbi che avevo capito anche più di “è mio figlio” Era il suo orgoglio. Dilaniato nell’animo dall’immobilità e martoriato nella dignità dall’incapacità di badare a se stesso si immedesimava nei  suoi passi, esso  si nutriva e viveva della sua creatura. Il fato volle poi che abbattessi  anche gli ultimi mattoni  rimasti del muro che avevo eretto tra me e lui. Un giorno mi sentii oscurare dentro, siccome avevo un’idea di cosa stava  per succedere, mi sistemai in fretta bene al centro del letto e poi.. nulla. Quando aprii gli occhi ero su una barella che andava veloce spinta da gente in camice in non so quale budello sotterraneo dell’ospedale. La cosa più forte che ricordo oltre ai nostri riflessi sulle piastrelle del muro che si muovevano al nostro passaggio era l’aria fresca che scorreva sul mio viso e ricordo che aprii la bocca e me ne nutrii nell’anima provando una delle più belle sensazioni della mia vita. Quando ritornai al mio letto (non chiedetemi quando, non ne ho la minima idea) una volta andati gli operatori mi guardai attorno. Lui questa volta senza sorridere, messosi a sedere sul letto mi guardava. Non aveva il coraggio di chiedermi niente, però guardava, io gli feci un cenno come di lasciapassare e gli chiesi cosa fosse successo.  Lui sillabò con il labiale un: madonna! Indicava il pavimento alla destra del mio letto mimando la mia caduta a testa in giù a peso morto (non so come ho fatto) e il colpo che ne seguì. Indicò le finestre ed il loro improvviso vibrare al mio botto. Quella volta cadendo mi feci male e la notte oltre ai miei problemi la passai anche tra tormenti al corpo, caviglie ginocchia, tutte le spalle pulsavano per il dolore, e non riuscivo a cambiare posizione delle braccia per godere almeno un attimo del sollievo del cambio di posizione. Se qualcuno cercava piano di muoverle lo imploravo di fermarsi, tanto per gradire avevo anche tre costole fratturate da prima. Le crisi erano incontrollabili, venivano e basta e quel che è peggio io avvertivo il loro arrivo, e prima di perdere i sensi sentivo il letto vibrare di suoni metallici. Da quella notte nacque “il mio puntino nero” Ora potete immaginare che turbine ha provocato in me rivedere quello sguardo unico legato a quel momento. Come allora, è bastato un attimo dei suoi occhi per rimanerne folgorato riportandomi in un attimo di nuovo in quel periodo. Poi  dopo quello scambio di intese mi scongelai verso di lui, un giorno all’arrivo di un elicottero del 118 scesi dal letto per vedere dalla finestra l’atterraggio, potete immaginare in quel posto dove tutto è sempre lo stesso quanto sia bella una cosa simile. Vidi che al rumore del motore sempre più forte proprio sopra di noi lui era eccitato come un bambino. Allora gli tolsi le coperte lo presi e quasi con rabbia dissi: dai! Reggendosi arrivammo alla finestra e a bocca aperta affascinati ci godemmo quello spettacolo di potenza. Con un braccio lo tenevo stretto con l’altro gli indicavo ora questo ora quello: guarda come trema la rete! Guarda che aria! Senti come ci vibra dentro? Lui annuiva a tutto, avevamo gli stessi pensieri  e non si perdeva niente. Quando tornammo ai nostri letti ancora eccitati continuammo a parlare. Si per modo di dire naturalmente, io accennavo ad un discorso e lui annuiva d’accordo o dissentiva, con io che intuivo i suoi pensieri elencando le varie opzioni possibili del suo disappunto, sino a quello giusto marcato da un suo si con la testa a braccia aperte come per dire: per forza. I suoi parenti seppero che avevamo visto l’elicottero atterrare in barba al nostro divieto di scendere dal letto ma assecondarono il nostro ardore divertiti. Be oggi quel signore non mi ha riconosciuto, e come potrebbe, adesso vesto tre taglie in meno, però lui ormai è indelebile nella mia memoria, non sa che grazie a lui ora quelli con i suoi ed anche altri problemi non mi fanno lo stesso effetto. Grazie alla sua conoscenza ora mi viene spontaneo considerarli per quello che sono, non ci faccio caso al loro problema, se sono con qualcuno come lui e assisto a scene da pelo sullo stomaco, aspetto un attimo come si aspetta uno che sta parlando e poi sono di nuovo da lui come prima. Questo è quello che mi è rimasto da quel tipo con quello sguardo. Chissà se anch’io durante la mia degenza ho lasciato qualcosa dentro a qualcuno. Magari anche a lui, magari prima di me considerava i tossici in altro modo, magari.

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11 Responses to Magari

  1. Manu con la E ha detto:

    Una parte di me ha sperato fino alla fine che tornassi indietro magari solo per dire un ti ricordi di me? L’altra sapeva fino alla fine che non sarebbe successo e che era giusto così.:0)
    Meraviglioso spaccato del cuore.
    Grazie.

  2. paola ha detto:

    Anch’io ho sperato che tornasse indietro, se non altro x far vedere il nuovo Gueri, ma lui è così……..
    E’ bellissimo quello che esce da te, situazioni ordinarie diventano straordinarie. Bravo Bravo Bravo

  3. paola ha detto:

    Da una casualità tu puoi creare un romanzo…

  4. guerio6 ha detto:

    E’ un po’ difficile da spiegare. Riincontrare qualcuno di quel periodo significa dare tutta una trafila di spiegazioni, di cosa è successo dopo, anche di cosa e perché succedeva e solo questo già non è male per scoraggiare, se ci mettiamo che di rito poi ci sono le domande sulle loro condizioni che non si sa mai se si può e fino a dove è lecito chiederle: come da fastidio a me può dare fastidio anche a loro. Domande appunto solo di rito, di curiosità su queste cose non ne ho molta, e anche perché ognuno ha diritto alla sua privacy e comunque sarebbe tutto forzato visto che varrebbero il tempo che ci vuole a dirle e a girare i tacchi. A fatica posso farmi riconoscere da medici e operatori, all’inizio lo facevo anche per nutrirmi della loro sorpresa e dei loro elogi: perché ci sono ancora e in che modo ci sono. Ma ora neanche più questo, è passato il tempo della sbornia del colpaccio. Ora quasi mi annoiano i complimenti, perché non valgono più, sono scaduti, i complimenti si ricevono per quello che si è fatto, per quello che si farà bisogna ancora guadagnarli. Quindi meglio guardare avanti. E’ un discorso un po’ contorto lo so, e sono solo alcuni dei motivi per cui non mi sono presentato. Per gli altri magari passo. Em.. ciaoo a riiodisii

  5. paola ha detto:

    Non è nulla di contorto in ciò che dici,anzi ti sei spiegato alla grande.

  6. Manu con la E ha detto:

    “Varrebbero il tempo che ci vuole a dirle e a girare i tacchi”. Se si usasse questo filtro ogni volta che apriamo bocca ci risparmieremmo tutti tanto fiato inutile. Ma magari esiste anche la via di mezzo del chiedere semplicemente sperando che ti rispondano che va bene o che comunque va meglio,certo è che quando capisci che va male..accidenti maledetta quella volta che si è voluto chiedere. Allora alla fine hai ragione tu. Come che dise me mama: mejo metterse un pomo in bocca.

  7. paola ha detto:

    Si mejo mejo il pomo in bocca

  8. guerio6 ha detto:

    C’era un certo Adamo che ha pensato di fare la stessa cosa ma gli è costata l’ira di dio. Tutta colpa vostra

  9. paola ha detto:

    Colpa della mamma di Emanuela, da noi si dice di morsicarsi la lingua… e tu Gueri a sto punto penserai… ecco mejo ancora. Li mortacci tua 🙂

  10. andreapicco ha detto:

    uno non può neanche andare in ferie che il guerriero gli piazza il carico da 11…

  11. paola ha detto:

    eh se li piazza .. e alla grande..

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