10.000 lire

10.000 lire. Per noi: io e l’Agnoloto, uno della compagnia della prima fumata, non era male come cifra, soprattutto per lui visto che erano suoi e doveva fare tutto il fine settimana e anche più. Era la mancia elargita dalla sua mamma pescata dal suo taccuinone con lo scrocchio che portava sempre nella tasca del grembiule, oggetto delle mal celate attenzioni del figlio. Però c’era una cosa da fare una volta per tutte, per cui spenderle:  mettere la parola fine a questa storia, anche a costo di passare le feste senza soldi, tanto cosa cambiava, non era una novità. L’Agnoloto mi aveva proposto di fare insieme quello che quei soldi benedetti avrebbero permesso di fare: scoprire il mondo delle polverine magiche. Vista la preoccupante fama di cui godevano le “pesanti” pensò bene di dividere con me per stare un po’ più tranquillo, e anche perché eravamo amici. In quei tempi l’acqua del Meduna, il fiume del mio paese, era ancora pulita, cristallina. Cominciai da ragazzino di nascosto dai miei ad andarci: ogni giorno, dopo la scuola, ero come un’ochetta. Diventò il mio ambiente, acqua buona, posti tranquilli; quindi dove potevo andare se non in qualche buco ben nascosto nel suo greto che sentivo mio. L’occasione era di quelle fatidiche: una pera, la nostra mia prima pera. Faina il fratello di Attila in quel periodo aveva quello che ci serviva. Agghindati come due spie del KGB gli capitammo davanti. Al vederci per poco non ci rimase secco dalle risate, pericoloso, altro che overdose. Dopo lo scampato pericolo ci passò una stagnolina chiusa e ben piegata che noi facemmo scomparire in un attimo pronti a vender cara la pelle anche in caso di attacco delle solite unità antidroga del maxi sequestro avvenuto in quei giorni. Come delle meteore ci approprinquiammo al fiume e un attimo dopo eravamo accovacciati a pochi centimetri dall’acqua. Ed ecco sbucare dalla tasca dell’Agnoloto una.. siringa. I nostri occhi fuori dalle orbite fissarono il cappuccio di plastica trasparente che lasciava intravedere un terribile ago, con la punta! Non bastava l’ago, anche la punta. Ci guardammo, in silenzio, inghiottimmo senza saliva e.. andammo avanti, nessuno dei due disse: “ma dobbiamo proprio farlo?” Beh tanto potevamo sempre smettere quando volevamo. Poi toccò al pezzo forte: la stagnola. Piccola, più volte ripiegata su se stessa, piccola “Ma c’è qualcosa dentro?!?” L’indice ed il pollice indagarono palpeggiando stringendosi tra loro in cerca di qualcosa che si sentisse. A malapena si avvertiva uno spessore, un po’di consistenza. Le unghie e le dita apparivano enormi con quella stagnolina, aprirla appariva più una cosa da chirurgo che da neotossici incasinati e tremolanti. Incuranti della tensione e della paura di rovesciare tutto il  contenuto, le dita si fecero coraggio e cominciarono a cercare di raddrizzare le prime pieghette. Dopo alcuni maldestri tentativi finalmente sbrogliarono la matassa e la stagnola apparve solo flessa in due, mancava una piega da aprire prima di arrivare alla appena percettibile tanto da non essere sicura consistenza. Le dita cominciarono la loro ultima fatica. Con gli occhi inchiodati sulla stagnolina seguimmo l’apparire della sua parte bianca interna aumentare sempre più. Bianco bianco ancora bianco, non spuntava nient’altro, sempre e solo bianco. Man mano che continuavano  ad aprire le dita cominciarono a dimenticare il tremolio, tanto non c’era niente. Alla fine con un gesto di stizza e di delusione la aprirono del tutto. Una ridicola righetta di polvere a grani marrone si svelò di colpo ai nostri occhi increduli – Ma cos’è? – Eh! E’ roba! E’ brown sugar – Ma.. tutta qua? – E si! Le bustine sono così – 10.000 lire?!? – Incredibile. Poi seppi che bastava, bastava eccome. Sul cucchiaino era tutta in un misero e avvilente mucchietto al centro. L’acqua spruzzata dal ago con la famosa punta prese già una certa tonalità marrone al suo contatto, la polverina bagnata ora era più scura e ancora più.. piccola. Al calore della fiamma dei fiammiferi sotto il cucchiaino tra piccole bollicine dovute alla temperatura che saliva cominciò a scomparire lasciando un’intenso colore marrone che alla fine raggiunta l’ebollizione dette quasi una tonalità di coca cola: stupefacente. Si appunto, stupefacente! Dopo aver messo nel liquido una pallottolina di filtro di sigaretta vivamente consigliataci dalle premurose solite “fonti sicure,” per filtrare le eventuali impurità che a dir il vero non c’erano. Era limpida, scura e limpida: il sogno di ogni eroinomane. Centrammo con l’ago il batuffolino, lo stantuffo salì nel tubetto in cui scorreva creando una depressione, all’istante un flusso del liquido scuro cominciò ad entrare nella siringa, lentamente ma su, su, sempre più su. Smise di salire solo quando un gorgoglio proveniente dall’ago indicò che sul cucchiaino non c’era più niente. Le mani dell’Agnoloto alzarono piano la siringa al cielo come un’ostia e la rimirammo in tutto. Dunque l’avevamo in mano, avevamo in mano niente popodimenochè sua maestà l’eroina in persona, pronta per essere iniettata, e questa volta non c’erano dubbi, stavamo per sapere cosa era la droga, e come se non bastasse quella cosiddetta pesante. Ancora ci guardammo senza dire niente, sarebbe stato inutile, con tutto quello che ci passava per la testa potevamo dire quello che volevamo, sarebbe stato comunque troppo poco per avere senso, inutile. E ancora nessuno dei due disse: “ma dobbiamo proprio farlo?” Svuotato il contenuto di mezza siringa nel cucchiaino ben incastrato tra due sassi ci dedicammo al braccio dell’Agnoloto. Era smilzo, dopo aver alzato la manica della camicia rimase un magro braccetto, senza alcun segno di vene. Lo strinsi a tenaglia con le mani e dopo qualche schiaffetto ecco che nella piega del braccio spuntò una vena “Eccola, bene, e adesso?” L’Agnoloto avvicinò l’ago e la punta, l’appoggiò sopra e si fermò. Era l’ultimo momento in cui ancora poteva dire: “ma devo proprio farlo?”. Mentre pensavo a questo con gli occhi fissi su quella scena mai vista, la punta in silenzio cominciò a entrare scomparendo sotto la pelle, e più spariva più lui si piegava sulle gambe, faceva male, soprattutto all’immaginazione, ci soffiava sopra anche. Però dopo la punta l’ago entrò liscio senza più freni fino a quando l’Agnoloto lo fermò. Lo aiutai a tirare indietro un po’ lo stantuffo ed ecco che nel liquido scuro entrò del sangue, presi in mano alla benemeglio la siringa e mi preparai a spingerlo. A questo punto lo guardai: era tutto preso a fissare lo spettacolo che si svolgeva sul suo braccio. Sentì il mio sguardo e alzò la testa, ci fissammo in silenzio. Non disse “lo devo proprio fare?” anzi abbassò lo sguardo per vedere il seguito di quella cosa mai vista. Chiaro no? Diceva: VAI! Non pensai più a niente e ruppi gli indugi. Con il pollice spinsi lo stantuffo che cominciò a svuotare la spada nella vena. Stava andando, stava andando veramente, stavo iniettando la prima pera al mio amico che ad un certo punto, un attimo dopo, in preda a chissà cosa, mi guardò con un’espressione sgomenta mista di sorpresa, paura e incredula soavità. Eccitato con le mani che tremavano impaurite da quell’espressione e dal non fargli male, piano piano spinsi tutto e svuotai la siringa. L’Agnoloto man mano che il liquido entrava in circolo nel suo corpo e nel suo cervello piegava la testa indietro rilassandosi sempre più fino a sembrare sgonfiarsi. Estrassi la siringa e un rigolo rosso di sangue prese ad uscire dalla ferita allungandosi piano fino a gocciolare dal braccio; e lo guardai. Si mise a terra, seduto, come ai margini del mondo, guardando avanti nel vuoto per poi distendersi ad occhi chiusi con un sospiro. Stava assaporando il suo primo flash. Sbigottito senza parole guardai incredulo quello che fino ad un momento prima era l’Agnoloto di sempre, cercavo informazioni, cercavo qualcosa che mi aiutasse a comprendere cosa stava succedendo, volevo capire! Ma non gli chiesi nulla. Non sapevo neanche che successo avrebbero avuto le mie domande, se gli fossero arrivate. Niente! Non mi restava che viverlo di persona quello che vedevo. Mi scrollai tutto di dosso e cominciai a lavare la spada con l’acqua del fiume. Mille pensieri, mille frenesie, mille paure mille voglie e molte altre mille cose si rincorrevano nella mia testa mentre riempivo e svuotavo d’acqua lo strumento per lavarlo. Stavo lavorando per me, stavo preparando per me. Ogni tanto controllavo l’amico dietro di me che con gli occhi chiusi non si muoveva più se non con il petto impegnato in respiri forti, chissà cosa gli passava per la testa in quel momento, qualunque cosa fosse di sicuro non era quello di farsi domande, sicuramente non si chiedeva: “perché l’ho fatto” Ora la spada era pulita, trasparente, senza alcun segno del sangue dell’Agnoloto, eeh.. la sicurezza è importante. Tranquillizzato dal mio ottimo lavoro planai sul cucchiaino ben saldo a terra. Ripetei l’operazione di riempimento e tenendola in alto sbollai la siringa svuotandola di tutta l’aria fino ad arrivare con il liquido al limite, dove cominciava l’ago che nel frattempo aveva ancora la sua proverbiale punta ma non più ben acuminata, dopo aver servito l’agnoloto e il ripetuto contatto con il metallo del cucchiaino era già spuntata. Pronta! La siringa era di nuovo pronta, e questa volta lo era per me. Un’occhiata ancora all’Agnoloto e poi.. partii. Cominciò la mia prima pera.

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17 Responses to 10.000 lire

  1. Manu con la E ha detto:

    Quando ti leggo non riesco a togliermi la sensazione che tu stia parlando di qualcun altro. Non so, come la voce fuori campo che commenta le cose che vede ma non le sta vivendo da protagonista. E in questo caso è proprio una bella sensazione :0). Tu non sei un sopravvissuto, tu sei un uomo nuovo.

  2. guerio6 ha detto:

    si può essere

  3. adaeada ha detto:

    Ehi Guerriero è stata dura la battaglia ma alla fine la cosa importante è tornare a casa.

    Ada

  4. paola ha detto:

    Dopo aver letto questo, sono scappata lontana dal pc, volevo allontanare i ricordi dolorosi del vecchio Gueri. A differenza di te Manu io l’ho immaginato in tutto, è come se fossi stata lì a guardare, la sensazione di impotenza mi ha colto tutt’ora, il cuore a mille e un nodo in gola che mi blocca il respiro. No No non voglio più pensare a quei tempi a quando non diceva più ciicirici. 🙂
    Guri… CIICIRICIIIIIIIIIIIIII

  5. paola ha detto:

    ops…GUERI CIICIRICIIIIIIIIIIIIII

  6. guerio6 ha detto:

    ed erano in tanti sulla porta di casa che mi aspettavano, per dirmi ancora ciciriciiiiii 🙂

  7. Manu con la E ha detto:

    Adesso per la legge della compensazione lo dice sempre…;0)

  8. Manu con la E ha detto:

    E non solo lui. Lo dicono tutti!

  9. paola ha detto:

    Puoi dirlo forte che eravamo in tanti ad aspettarti. E TU sei finalmente arrivato.

  10. andreapicco ha detto:

    son solo io che ho avuto il primo brivido alla quarta riga su quel “TAQQUINONE”? :-))

  11. Manu con la E ha detto:

    mammmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa, com’è potuto sfuggire al mio occhio iper clinico??????
    Questo è come il vecchio cuore con Q. Poro Gueri, ma dai errore grave e contenuti ottimi.

  12. paola ha detto:

    IL TAQQINONE…visto. visto, ma so che scrive anche in piena notte, quindi è passato in secondo piano. MI aspettavo una legnata da Manu, ma era troppo presa dalla lettura. Ehhh Manu stai perdendo colpi !!!

  13. Manu con la E ha detto:

    Guarda che adesso sono invasata, la legnata la do a te che hai scritto TAQQINONE, e lui TAQQUINONE. Ha ha… comunque sì perdo colpi. E no pochi. Bene così. Si vive meglio.

  14. paola ha detto:

    EH..il caldo

  15. paola ha detto:

    Volevo vedere se ti accorgevi di questo…si si hai ancora l’occhio iper clinico. Nulla di preoccupante . 🙂 🙂

  16. guerio6 ha detto:

    di quale errore si parla qua? io non vedo il vostro “taqquinone” ho ripulito le prove, non so di cosa state parlando. em.. si scrive così no?

  17. Manu con la E ha detto:

    Mamma che furbooooooo… comunque sì, corretto.

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