Giovedì 22 Luglio

Tutto abbastanza regolare in quel di Viale Grigoletti. Si parla di questo luglio che sta facendo il suo mestiere e ben lo sappiamo. Comunque vediamo, dicono che pioverà un po’ questo fine settimana e il buon Stefano afferma che le temperature non raggiungeranno più i picchi di questi giorni. In sede ci sono gli aficionados di sempre e si parla del più e del meno, ma soprattutto ci si confronta riguardo all’iniziativa di ieri sera in biblioteca. Molto bene secondo me, e secondo tutti. E’ stato molto bello entrare col nostro modo di fare in un posto così importante del città. Col nostro modo di fare, certo. Infatti i Ragazzi della Panchina si sono mostrati per quello che sono, ovvero una terra di mezzo, un dialogare tra realtà in apparenza inconciliabili. Il parlare con la rabbia di chi vive da anni la strada non viene messo ai margini ma accolto e fatto proprio. Forse, mi si perdoni per la castroneria, è stato addirittura un bene che ci siano stati dei momenti di tensione. Ci siamo mostrati per quello che siamo, fuori dalle occasioni un po’ finte in cui si è pettinati e in ordine a sciorinare le solite frasi fatte. L’improvvisazione è il notro terreno, questo è ciò che ci rende un’entità dialogante diversa, dove ogni cosa prende corpo, dove non ci si esclude (o al più si entra in relazione per calcolo), ma dove la partecipazione è la stessa natura del contatto. E’ stato bello dire due parole dopo aver preso inaspettatamente il microfono in mano. Ovvio, si lasciano sempre fuori dei pensieri e in fondo è bello così, perchè in questo modo si cercherà un’occasione successiva per esprimersi. Secondo me importante è cogliere ciò che ci ha portati ad essere lì, ovvero essere nel principale luogo cittadino di espressione culturale, anche se forse un vero e proprio passaggio e trasformazione non c’è. La nostra ricetta infatti è la continuità, la continuità nel cammino e nel dialogo con tutti, nella capacità di far convivere i vari livelli all’interno di una stessa tematica (ad esempio raccogliere la rabbia di chi in un momento si sente impotente e nello stesso tempo essere in contatto con le istituzioni, e sempre di più), tutto questo mettendosi in gioco mantenendo un piede nel progetto e nel fluire a volte quasi inafferrabile degli eventi, e l’altro nel ricordo di chi siamo. Spesso siamo portati a dire che il ricordo ci paralizza e la prospettiva ci spinge a dimenticare, ma noi siamo la dimostrazione che è possibile far conciliare queste dimensioni. Questo era quello che volevo dire anche riguardo al discorso sull’approfondimento “i giovani”, ovvero che i “salti” tra le varie “generazioni” forse non ci sono, perchè credo che la storia sia divisa artificiosamente da noi e dai nostri canoni estetici e steccati ideologici, ma per il resto si presenti perloppiù come un continuo. Spesso siamo noi a creare il muro contro muro anche forse dove non ci sono. Questo succede alle volte anche nell’agire nelle politiche sociali, poichè spesso si entra in contatto con le istituzioni e si chiude un capitolo, dimenticando la propria storia, considerandola tutto in un colpo un peso e non più il proprio ossigeno e la propria ispirazione. Riguardo alla memoria questa è fatta non solo di un muro zeppo di locandine delle inziative organizzate in questi 15 anni o di pile di lettere dal carcere alte così, ma anche di relazioni interrotte continuate sviluppate generate accolte. In questo sento che una persona se ha piacere potrebbe scrivere due righe, passando un po’ lo straccio sul suo blog un po’ impolverato…

Se vuoi… a te il microfono, Gigi…

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