Impressioni di gennaio

Due ore e passa di salita, senza falsi piani o discese, sulla neve e con uno slittino a rimorchio dietro alla schiena da tirare ad ogni passo. Poca cosa dicesi visto che è  fatto apposta per scivolare, ma camminare con le mani libere e assecondare il passo è tutt’altra cosa, specialmente se in salita e per lunghi tratti. La “rampicata” in realtà è cominciata senza ufficialmente cominciare , le intenzioni erano quelle di andare un po’ su proprio per fare una scivolata verso il basso, ma poi con il discorso che più si sale e più si allunga la goduria della discesa.. “Va bene qui o continuiamo ancora?” Dopo un’occhiata in basso al punto di partenza.. “Un po’ più su dai”.
Il punto di partenza era a Valles, ridente e rinomata località montana che prende il nome dall’omonima valle, 1.353 m.s.l.m. in provincia di Bolzano. Lo slittinodotto partiva da uno spiazzo in cui si parcheggiano le macchine e ai cui piedi c’è una casupola di legno che funge da punto di ristoro bar “toiletten” (siamo in Alto Adige, capito mi hai?) e da noleggio di attrezzature varie per la neve. Gli slittini erano messi in piedi sulle code a disposizione di chiunque volesse sborsare tre euro per averne uno. Due sono diventati nostri, uno doppio e uno singolo, eravamo in tre. Poi, giubbotti chiusi guanti serrati e bareta fracada, siamo partiti fronte alla salita con l’intento di farci un baffo del falco Pellegrino indiscusso maestro delle picchiate.


C’era molto traffico, nel senso di gente, alcuni come noi con l’intenzione di andare un po’ su e giù e farsi qualche slittata, altri che partivano convinti verso la malga Fane che stava (e sicuro lo è ancora) a 1.739 m di altitudine. Chi attrezzato per le camminate sulla neve con indumenti tecnici ciaspole ai piedi e bastoncini da trekking (robe serie cio) chi addirittura con abbigliamento di fortuna (jeans compresi, quelli non mancano mai da nessuna parte). Tanti i bambini, croce e delizia dei papà e delle mamme che continuamente dovevano trovare il modo di spronarli ad andare avanti senza rischiare l’ammutinamento. Anche noi avevamo lo stesso problema, con noi in cordata avevamo una bambina di 6 anni che come tutti i bambini, voleva la discesa senza fare la salita.

Più si saliva e più la via era disseminata di nuclei familiari in pausa che riprendevano fiato, seduti sugli slittini messi di traverso onde evitare di ritrovarsi senza volerlo lanciati verso valle magari falciando come birilli i podisti della montagna che salivano in ordine sparso. La neve accomunata alla salita tagliava le gambe e presto molti anche costretti dai bambini al seguito, si accontentavano di dove erano arrivati e si lasciavano andare a valle. Anche noi sapevamo che prima o poi l’avremmo fatto, cominciavamo ad essere stanchi e imballati, ma intanto tra un’indecisione e l’altra, ad ogni sosta facevamo seguire un “Andiamo ancora un po’ più su?”

Ci invogliavano a proseguire anche le confidenze dei fautori del trekking, che da consumati salivano a passo lento con la malga nel mirino: “Si è lunghetta arrivarci, però poi quando si è li..” E giù a sprecarsi in aggettivi: bellissimo unico vale la pena tanta neve.. “E poi si mangia e ci si riposa”  “Ma quanto manca?”  “Eee insomma.. dietro quella montagna”  “Cosa!! Ma noo, non doveva rispondere così, doveva dire: dopo la curva, e basta, senza precisare quale. Uff, andiamo avanti ancora un po’?”. Però che spettacolo, tutta la nostra camminata era corollata da paesaggi unici e mondi da favola che rapivano gli occhi a tutti i viandanti, alberi carichi di neve e bambagia ovunque, sole limpido e cielo azzurro, avevamo intoppato pure una bellissima giornata.

Però il corpo ci presentava un conto sempre più salato, gambe polpacci e persino il culo facevano male. Perché andando in salita e sulla neve, si usano molto le punte dei piedi che a volte scivolano pure vanificando la spinta del passo chiamandoci ad un movimento ulteriore per riprendere l’equilibrio, e non si è abituati a tanto simile lavoro. La compagnia sulla pista si è via via diradata fino a ritrovarci a fare dei tratti in solitaria, sempre più quelli che mollavano e che con il fiatone poggiavano il culo sullo slittino e si lasciavano andare a valle, famiglie con bambini per prime. La nostra grande piccola, come noi del resto, passava eroicamente dallo sconforto alla disperazione, ma senza mai intestardirsi a non andare più avanti.

Ad un certo punto addirittura ha come superato uno step ed è entrata nella mentalità o meglio nella rassegnazione giusta, e sempre meno è stato necessario raccontarle “storie dell’orso” per darle motivo di continuare, solo invitarla a non fare fuochi di paglia ma a centellinare gli sforzi e a proseguire lenta passo dopo passo senza sprecare inutili energie in scatti di determinazione figli di ribellione alla situazione. Anche perché ad un certo punto ormai non avevamo più scelta, arrivati dove si era non si poteva più mollare, non avrebbe avuto senso, sprecare tutta la strada e la fatica fatta solo per una scivolata un po’ più lunga, niente cosa più stupida e inutile, però continuare non era facile lo stesso.
Un signore anziano che ci ha passato mentre noi eravamo in pausa riflessiva, ci ha dato il colpo di grazia nel decidere di andare avanti fino alla morte: “La malga è molto bella anche d’estate, io ci sono stato, ci sono le marmotte che ti girano tra i piedi. Ma anche d’inverno, è un posto che non si dimentica”  “Ma quanto manca?”  “E be c’è ancora strada ma..”  “Si lo sappiamo, una volta arrivati la.. ne vale la pena.. bellissimo.. unico.. Sappiamo sappiamo. Dai in piedi, riprendiamo”. La cordata di duri dentro, lentamente ma inesorabilmente continuava a togliere distanza tra se e la agognata malga, la fame faceva da doping e ci spingeva a continuare ad oltranza. La bambina ormai saliva a braccia morte senza più lamentarsi, cosciente anche lei che a quel punto non si poteva fare altro che arrivare, ad una ennesima ripresa da una pausa si è avviata dicendo: “Dio aiutami tu”.
Però che bello durante la marcia nel mio silenzio di stanchezza, vedere o sentire mamma e bambina che nonostante tutto trovavano di che parlare e divertirsi, con i nasini e le guance rosse andavano avanti stanche a ciambelloni ma sempre con il sorriso pronto ogni volta che ci incrociavamo con lo sguardo.

Da maschio, quando ho cominciato a sentire odore di arrivo, mi sono sentito di ritagliarmi il piacere dovere di avanzare davanti a loro, per scoprire per primo cosa ci fosse oltre l’ennesima curva. Perché volevo essere io a dare la notizia che la malga era in vista, che eravamo arrivati, finalmente, che la fatica era finita e che era giunto il tempo di godere, della vittoria e dell’orgoglio di avercela fatta. Ma niente, si continuava a salire e a svoltare curva dopo curva sempre con dei nulla di fatto. Dopo qualche falsa vana speranza di intravvedere la malga, ad un ennesimo aprirsi di orizzonte quando proprio non me l’aspettavo, ho visto materializzarsi davanti a me la terra promessa. Mi sono girato verso di loro con uno stato d’animo che non saprei neanche descrivere, e da tanto avevamo desiderato e aspettato quel momento, non sapevo neanche come dirlo. Alla fine visto che così non arrivavo da nessuna parte ho smorzato i toni che avevo dentro e sono uscito con un frugale: “siamo arrivati”. Ma ci hanno pensato loro a riportare tutto alle stelle, felicità allo stato puro. Braccia al cielo e abbracci di vittoria, anche questa è la montagna, come si fa a non amarla? E poi gli ultimi passi per intravedere la bestia no?!

Eccola, la malga Fane, considerato l’alpeggio più suggestivo dell’intero Alto Adige. Costruita nel Medioevo come asilo per i malati di peste e colera, ora usata anche come punto di partenza per escursioni in alta montagna, per il Picco Croce ad esempio, la vetta più alta dei dintorni.

Ecco le nostre appena svoltata la curva, quella oltre alla quale l’orizzonte si apre improvvisamente in questa piccola valle. Che posto.

Ultimi passi verso l’oasi. Notare a sinistra prima della chiesetta mignon, l’idrante con gli attacchi per le manichette, in caso di incendio, non si sa mai 🙂

Finalmente seduti ad una tavola con un pranzo in programma. In questo nucleo funzionano due piccoli ristoranti aperti anche d’inverno, e nonostante la precarietà del posto le cucine propongono sorprendenti menù. Il secondo lo si intravvede a sinistra. Tutto è di legno vecchio e vissuto. Le case sono fatte come una volta con tronchi che si incrociano negli angoli, se fate caso a quelle davanti, si intravedono che sporgono.
Da queste parti sono comuni delle grandi stufe intonacate a malta staccate dalle pareti, ove si può scaldarsi le mani e mettere sopra i vestiti ad asciugare. Inutile dire che dopo tanto camminare alla malga Fane si arriva con gli abiti bagnati di sudore. Noi alla fine ci siamo spostati in un tavolo all’interno proprio a fianco di una di esse, sopra alla quale integrata nella struttura, c’era una specie di letto su cui ci si poteva sdraiare magari a guardare la tv, che appesa ad una parete era girata proprio a suo favore. Mi sa che nella solitudine delle serate fredde di queste parti è una postazione molto gradita.

Ecco quello che vedevo dal nostro tavolo, ho scattato una foto con il telefonino come tutte le altre, mentre aspettavo che arrivassero le nostre ordinazioni, con trepidazione perché l’appet.. diciamo pure fame nera, era tanta.

GUARDATE – COSA – MI – SONO – TROVATO – DAVANTI!

No dico, solo questo vale tutta la sfacchinata.
Con salsiccia e speck, che da queste parti non è una cosa come un’altra. Commovente vero? Davanti a tale spettacolo, con le lacrime agli occhi ho portato una mano al petto e intonato l’inno di Mameli come nelle grandi competizioni, poi mi sono buttato. E li si è scatenato l’inferno. Ci siamo fermati solo a delitto consumato, pasciutti da fare schifo. E poi.. eh eh.. poi il gran finale.
Pistaaa, finalmente il tempo della tanto meritata scivolata era arrivato, ci siamo buttati giù a velocità rocambolesca zigzagando tra gli escursionisti che si incontrava sulla via e che vedendoci arrivare scattavano per darci strada (e facevano bene), frenando (più giusto dire staccando come Valentino quando butta fuori le gambe) terrorizzati in prossimità delle curve con precipizi come via di fuga. Perché lo slittino lanciato non ne voleva sapere di rallentare neanche piantando i talloni sulla neve con tutta la forza, ci voleva tempo perché rispondesse ed intanto la curva arrivava senza aspettare.
Comunque alla fine grazie a non so quale santo, forse Bernardo (capito? San – Bernardo, ah ha che ridere) siamo arrivati giù sani e salvi anche se provati. In quel frangente ho scoperto che anche guidare lo slittino è una faticaccia, si è sempre  con le mani e le braccia serrate sotto il culo e a schiacciare i talloni a terra per indirizzarlo, altrimenti bisogna tenerli sollevati e va a finire che pesano sempre più perchè non hai dove appoggiarli. Nei tratti dritti poi è ancora peggio, perché si va giù a rotta di collo e poi a fermarsi son cazzi, specialmente se ti aspetta una curva con roccia o burrone come alternativa alla pista. E a niente serviva che dicessi alle dame messesi in coppia di andare piano, tra i tornanti sentivo solo urla e risate, il loro più che uno slittino sembrava un bob.
Insomma alla fine della giostra, arrivare a fine corsa a me non è dispiaciuto più di tanto, ne avevo abbastanza ed anche le mie gambe. E naturalmente appena arrivati, non abbiamo voluto privarci neanche della più scontata delle battute: “ne facciamo un’altra, torniamo su?” A quel punto ho perso l’aplomb che da sempre mi contraddistingue: “va cagar anche al slittin, che sfadigada fioi, basta, per oggi gavemo già dato”. Guadagnare la macchina nel parcheggio è risultata la mossa più azzeccata.
Siamo arrivati in albergo con dolori ovunque camminando come degli zombi, con le orecchie basse senza spiriti battaglieri o di mondanità per la serata. Solo una doccia un boccone, e nana cocò.
Però il vecchio aveva ragione, la malga Fane non si scorda ed infatti ci porteremo il ricordo di questa grande giornata incentrata su di essa finchè morte non ci separi da questa valle di lacrime, e di scivolate ..cci loro.

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6 Responses to Impressioni di gennaio

  1. Stefano ha detto:

    La P.F.M. sarebbe onorata di concedere questa licenza poetica per un articolo così tosto! Quando si dice, una famigliola affiatata! O forse meglio affannata!

  2. Fabio ha detto:

    Che figata! Ma che belle gite che fai caro Guerrino. Colgo l’occasione per salutarti. CIAO!!!

  3. franca ha detto:

    Che gustoso tutto l’articolo, foto comprese (non solo l’ultima con quell’accattivante piatto di pastasciutta)!!!
    Hai mostrato un altro lato di te; il lato avventuroso lo conoscevo già (ricordo il bellissimo post sulle grave), ora allo spirito d’avventura si aggiunge l’incontro con la montagna ammantata di neve, con le varie persone che la frequentano…
    Uomo dalle mille risorse e dalle mille qualità 🙂 !!!

  4. Manu ha detto:

    e anche dai cento difetti eh Franca!! Sennò si monta la testa. 😉

  5. guerio6 ha detto:

    be il dieci per cento anzi duecento non è male dai, veramente direi benissimo. per te magari un po’ meno perchè toccano tutti a te, al 100%

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