Senza un domani, non sei libero mai.

La giornata di ieri si è caratterizzata con la mattinata passata in tribunale a Pordenone. L’occasione era quella di assistere al processo che vedeva coinvolti  alcuni ragazzi che conosciamo come Associazione. La fase processuale nel suo complesso inizia nel dicembre 2010, i primi arresti e le prime convocazioni all’inizio del 2011. I ragazzi hanno avuto diverse udienze in tribunale nell’arco di questi mesi, tutte rinviate o destinate al recupero delle documentazioni da parte del giudice per decidere poi una prossima data. Giovedì la convocazione era funzionale a fare l’elenco dei testimoni, degli imputati, insomma l’elenco ufficiale di coloro che a vario titolo avrebbero partecipato al processo definitivo. Quindi dopo un anno e mezzo quasi, la lettura delle parti in causa. Arrivati in aula però, ci si è accorti che ad uno degli imputati è stata mandata la lettera di comparizione in un indirizzo sbagliato, o meglio… che la lettera era stata spedita all’indirizzo di residenza dell’interessato, ma che questa residenza era stata cambiata nel corso di questo ultimo anno.

Rettificata la nuova residenza, e nell’impossibilità legale di procedere visto l’errore, si è deciso di spostare non il processo, ma la lettura che si avrebbe dovuto fare agli inizi di maggio. Verosimilmente, a scanso di nuove incongrue comunicazioni e cavilli vari, agli inizi di maggio verrà decisa la data del processo vero e proprio che, altrettanto verosimilmente non si concluderà in una unica soluzione e che comunque, fosse anche unica la data processuale, ci sarà un appello e così via. A conti fatti, e bene che vada, il processo non avverrà prima di settembre – ottobre 2012 e successivamente gli appelli vari. Morale della favola, queste persone non sapranno “di che morte morire” per almeno un altro annetto, anno e mezzo, ricordo che il tutto parte da fine 2010, senza calcolare che poi l’attuazione di eventuali condanne non è immediata, ma il condannato potrà fare la sua vita per tempo indeterminato fino a che un giorno, senza preavviso, arriveranno le forze dell’ordine a prelevarlo. Ora… capisco tutto e non voglio assolutamente mettermi a fare moralismi od elevarmi a giudicare i tempi della giustizia italiana. Penso alle persone. Mi concentro, forse anche per deformazione professionale, sugli uomini che sono dentro il vortice di questo procedimento e su tutti quelli che lo sono per tutti gli altri migliaia di processi che ogni anno si fanno in Italia, in maniera e con tempistiche non diverse da questa. Come si riesce a vivere una vita fatte di singole quotidianità, di giorni che si susseguono agli altri, con questa spada di Damocle che sibila costante sulla testa? Vero è che la giustizia nella sua applicazione ha caratteri repressivi e certo non propositivi, ma cosa può dare alla società una persona che per anni e anni si vede costretta a fare le sue scelte, a pensare al suo futuro sapendo che, prima o poi, potrebbe capitargli di entrare in carcere lasciando di punto in bianco tutto quello che sta facendo? In tre, cinque, otto anni che durano le applicazioni di sentenze di processi, una persona è capace di rivoltare la propria esistenza come un calzino 1000 volte. Avrebbe il tempo di diventare un lavoratore onesto e produttivo, avrebbe il tempo di riaprire o consolidare legami famigliari, avrebbe il tempo di fare una famiglia tutta nuova, e poi? Tre mesi di carcere, un anno di carcere o forse due da scontare, cinque anni dopo l’accaduto magari? Non voglio giudicare ma solo pensare a quanto la società e quindi tutti noi, paghiamo in termini di  opportunità che non diamo alla gente per abilitarsi e divenire utili, contribuenti e non solo assistiti. Penso a quanti progetti di vita si cancellino nel mare delle non possibilità, perché gli errori non possono essere giustamente pagati in tempi onesti ma si devono protrarre per anni e anni. Penso a quale costo tutti noi paghiamo queste lentezze, che non permettono ad una persona di pagare il proprio conto e di sentirsi libero di diventare poi, ciò che desidera. Il conto è immenso, nelle tasche ma soprattutto nelle persone, perché senza la prospettiva di un futuro, nessun uomo può considerarsi veramente libero.

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