Il carcere, fuori…

Quando domenica l’Orso d’Oro è stato dato ai Fratelli Taviani, per il film girato all’interno del carcere di Rebibbia, mi sono e ci siamo detti “…vedi.. con mezzi diversi, con potenzialità diverse, pure noi abbiamo realizzato la stessa cosa!…” Lo spettacolo che abbiamo organizzato a fine Giugno a Pordenone, proiettando al San Francesco di Pordenone la registrazione della la messa in scena della commedia “La Legge è Uguale per Tutti?” di Pino Roveredo, registrata all’interno del carcere cittadino, non scorre sugli stessi binari ideali di “Cesare non deve morire?” Proiettare il carcere, i suoi detenuti, all’esterno, ma in una forma espressiva diversa, in una veste diversa, non era forse l’ideale disegno del film vincitore? Beh.. lo era anche il nostro! Portare alla ribalta persone, che dietro ai muri insormontabili di un carcere resterebbero nascoste non solo per gli occhi dei benpensanti, ma anche nascoste alle possibilità ed alle potenzialità spendibili, è prima di tutto un gesto d’amore. Siamo a Pordenone e non a Berlino, ci chiamiamo Ragazzi della Panchina e non Taviani ma… per noi, la vittoria di quello che siamo stati capaci di realizzare non ha minor valore morale di quello dei fratelli. Se continuare a leggere il post, vi ho copiato un articolo del quotidiano “La Repubblica – Bari –“ del 21 Febbraio 2012 della giornalista Sonia Gioia molto interessante, per tutti coloro che riescono a cogliere nelle imprese non la maestosità del visibile, ma la magnificenza dell’animo che sottende all’agire.

“Io, dal carcere al set dei Taviani, il cinema mi ha ridato la dignità”. Gennaro Solito è uno dei detenuti protagonisti di “Cesare deve morire”, vincitore al festival di Berlino. Fuori per un difetto di notifica, attende la nuova udienza a Ceglie Messapica, nel Brindisino. “Durante le riprese è stato come se le mura di confine fossero state abbattute”. “La prima cosa che chiederò al giudice è il permesso di andarmi a rivedere sullo schermo. Carcere di Rebibbia, sezione di alta sicurezza, cella numero 6. Cinque detenuti in quattro metri quadrati. Il secondino infila le chiavi nella toppa, l’ora del ciak. Lo spazio asfittico della prigione si spalanca sul palcoscenico di Cesare deve morire, riscrittura in celluloide del dramma shakespeariano a firma di Paolo e Vittorio Taviani. Un mese e mezzo di riprese, poi il trionfo a Berlino. I fratelli Taviani stringono l’Orso doro fra le mani e lo dedicano a loro, i detenuti protagonisti della pellicola che ha guadagnato all’Italia la vittoria alla Berlinale dopo 21 anni. “Abbiamo vinto, non riesco a crederci”. Gennaro Solito, 58 anni, imputato per 416 bis, dalla sua casa in Puglia divide il plurale con i compagni di quella cella e la benedizione dei due fratelli più internazionali del cinema tricolore. “Non lo so dire cosa provo, una specie di formicolio allo stomaco, come quando ti innamori”: su quel palcoscenico dietro le sbarre ha vestito i panni di Cinna, uno dei congiurati contro Cesare, ma il film-documentario che debutta nelle sale il 2 marzo prossimo non sa se potrà vederlo sul grande schermo. L’obbligo di dimora gli impedisce di allontanarsi da Ceglie Messapica, la piccola città in provincia di Brindisi dove vive da quando ha lasciato il carcere capitolino per un difetto di notifica dell’interrogatorio richiesto al pm, a conclusione delle indagini preliminari. Intanto erano scaduti i termini di custodia cautelare e lui è  tornato ad essere un uomo libero, o quasi. Il film potrebbe vederlo prima delle 20, in realtà, ora in cui il tribunale gli impone di rientrare a casa. Se solo a Ceglie ci fosse un cinema. In quella cella quattro per quattro a Rebibbia ci ha trascorso un anno intero dopo l’arresto del 29 settembre 2010. Una serie di pentiti lo ha indicato come il capozona della Scu al comando del boss Daniele Vicientino, un’accusa per 416 bis per cui rischia di rientrare in carcere e uscirne da vecchio. Ma in cella non era la sua prima volta. “In galera ci ho buttato undici anni della mia vita, scontando fino all’ultima ora una condanna per associazione a delinquere finalizzata allo spaccio, e pure la divisa della polizia di Stato, vestita per otto anni fino al primo arresto”. Quarantacinque giorni di riprese no-stop: “Giravamo dalla mattina alla sera, ma quei giorni sono volati, il tempo non è mai trascorso tanto in fretta in carcere, è stato come se le mura di confine fossero abbattute, come se lo spazio si fosse spalancato, come se non fossimo veramente reclusi” racconta Solito e intanto prende fiato, manda giù l’emozione che gli impasta le parole. Poi aggiunge: “Non siamo mai stati trattati con tanta umanità come durante le riprese del film. Tolgono la dignità lì dentro: a noi e ai nostri familiari che devono subire mille umiliazioni per ottenere un colloquio. E’ giusto pagare per gli errori che abbiamo fatto, ma la dignità nessuno ha il diritto di toglierla”.

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