L’emarginazione ai tempi dell’apparire

appar Benross814 Voglio raccontare a tutti un fatto che mi è successo un pomeriggio dello scorso giugno. Sono andato a fare un viaggetto di pochi chilometri in treno con un mio amico, e fin qui niente di particolare, tutto nella norma. Siamo partiti da Mestre con destinazione Pordenone. Appena saliti sul treno ci siamo imbattuti in una folla enorme che cercava posto a sedere e gli spazi liberi erano veramente pochi. Continuando a cercare di vagone in vagone abbiamo trovato due posti liberi e ci siamo immediatamente seduti. Gli occupanti dei sedili di fronte ai nostri, dopo un paio di minuti passati a guardarci a parlottare tra loro, si sono alzati e se ne sono andati, ma non perché fossimo in prossimità di una stazione. Un’altra coppia che era rimasta in piedi, vedendo i sedili liberi si sono seduti. Anche loro però, dopo qualche minuto, hanno cambiato posto. A noi, increduli ed amareggiati, non restava altra magra consolazione che quella di fare il viaggio verso Pordenone senza vicini di posto. Questo episodio mi ha fatto pensare a come nel 2013 “l’abito” faccia ancora incredibilmente “il monaco”. Mi lasciano sempre a bocca aperta le reazioni di questi perbenisti, che magari fanno vedere di loro la bella facciata, facendo beneficenza, iscrivendosi alle associazioni, parlando o straparlando di argomenti che non conoscono affatto e poi, trovandosi di fronte a persone che come me possono avere determinate sfighe, si svelano per quelle che in realtà sono: portatori sani di pregiudizi e paure disinformate. Sono una persona Hiv positiva e sicuramente non me la passo bene, ho le mie problematiche familiari da dover affrontare ogni giorno, un disagio sociale che mi accompagna da decenni. Sicuramente non sono un fiore fresco e porto nel fisico ed in faccia i segni dei miei errori e delle mie difficoltà, ma non per questo sono meritevole di essere scartato, di essere lasciato “solo” in un uno scompartimento di treno perché contagioso, pericoloso o brutto da vedere. Dove sta la normalità? Chi è normale in questo mondo? Quante mani si stringono nel vestito buono della domenica, chiedendo e dando “pace”, mentre le proprie coscienze urlano lo scempio di azioni che non si possono raccontare? E’ molto più normale essere capaci di nascondere piuttosto che essere? Potrei raccontare mille episodi di condanna sociale capitatemi. Come quando, in un bar del centro di Pordenone nel quale sono entrato con un mio amico per bere un semplice caffè, come fanno tutte le persone normali, il barista ha avuto la brillantissima idea, dopo averci servito e noi consumato, di gettare nell’immondizia la tazzina. Questo gesto è nato per il fatto che il barista, conoscendo la mia sieropositività, ha pensato che era meglio buttare la tazzina “infetta”. Non mi interessa, da parte della gente, la comprensione a 360° del mio problema, sarebbe onestamente chiedere troppo; mi schifa l’idea della compassione. Ma mi piacerebbe “semplicemente” potermi sentire una persona libera: libera di esistere e libera di pagare le conseguenze delle mie azioni, senza la condanna di dover pagare anche le conseguenze dei pregiudizi altrui.

Mauro Paludetto

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