La mia San Patrignano

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Alcuni anni or sono feci un periodo di circa due anni e mezzo a San Patrignano per i miei problemi con le sostanze; precisamente rimasi li dal 1994 al 1996 e proprio nel 1995 Vincenzo Muccioli morì. Ho un ricordo molto forte di questa persona che aveva un grande carisma e una grande umanità, ma quando serviva era anche molto duro ed incisivo sulle precauzioni o sanzioni da prendere; io mi reputo molto fortunato ad averlo conosciuto. Quando entrai a San Patrignano mi chiesero cosa sapessi fare e dopo aver risposto “cucinare” mi mandarono subito in un settore che non c’entrava niente con il mio lavoro, precisamente mi misero nel settore chiamato “orto-conigli”, io in particolare mi occupai dei conigli. Per me fu una cosa nuova, ma ebbi la fortuna di incontrare persone molto capaci in questo mestiere e con il passare del tempo diventai bravo e mi appassionai a questo lavoro. Li pulivo, gli davo da mangiare, li curavo, facevo tutto ciò che era necessario per un buon risultato finale, che era quello di finire nei nostri piatti. Con il tempo acquisii più responsabilità, dopo circa un anno potei girare liberamente all’interno della comunità e fare le notti nei vari maneggi dei cavalli. Quasi ogni notte nasceva qualche piccolo puledro, ed era necessaria la presenza di qualcuno che sapesse come fare in caso di complicanze durante il parto o nel caso in cui il nascituro non si fosse messo in piedi sulle proprie gambe subito dopo il parto. Devo dire che anche in questo settore “cavalli” mi presi le mie belle soddisfazioni e anche qui mi appassionai a questi meravigliosi animali. Dopo circa un anno e mezzo che ero al settore conigli, il mio responsabile mi chiamò nel suo piccolo ufficio e dalla sua espressione capii subito che mi avrebbe chiesto qualcosa di serio, infatti, mi propose senza preamboli di fare assistenza in ospedale ai malati terminali di AIDS. Al momento rimasi un po’ scioccato, ma accettai subito la sua proposta senza esitazioni. Ovviamente accettare una tale mansione di non poca responsabilità mi fece pensare molto, soprattutto sulla mia capacità di assistere persone con problemi grandi; il mio responsabile mi rincuorò dicendomi che inizialmente non sarei stato solo e che comunque ogni camera era monitorata 24 ore su 24; ciò fece abbassare la tensione che si era creata dentro me. Il primo giorno che andai a fare assistenza, fu anche la prima volta che entrai in quel padiglione, mi resi subito conto con chi avrei avuto a che fare e soprattutto cosa mi aspettasse più o meno. Ero in compagnia di un altro ospite di San Patrignano che faceva assistenza già da un anno e ciò mi rasserenò dal pensiero di potermi trovare all’improvviso di fronte un problema a cui non avrei saputo prontamente reagire. Capii subito quanto dovessero soffrire questi ragazzi ridotti anche a pesare dai 25 ai 40 chili, senza forze e nella maggior parte dei casi senza la capacità di parlare e nutrirsi, ma la maggior parte di loro erano lucidi e ben consapevoli di quello che gli stava capitando. Per noi fare assistenza consistette per lo più nello stargli vicino, parlargli e capire a fatica ciò che volevano dire con l’espressione degli occhi; si instaurò in alcuni casi un rapporto di amicizia a volte anche profondo. Oltre a stargli accanto moralmente, con l’aiuto degli infermieri, imparai a lavarli e cambiarli con annessi e connessi, non fu certo un lavoro per persone schizzinose o deboli di stomaco, ma con l’aiuto di Dio riuscii a non farmi pesare certe situazioni. Il tempo trascorso con queste persone mi diede molto interiormente. Vedere persone che nonostante fossero pelle ossa a volte riuscivano anche a sorridere fu per me una lezione di vita per tutte quelle volte in cui mi sono lamentato per cose che, a confronto, erano completamente insignificanti. Ringrazio Dio di avermi dato l’opportunità di stare con queste persone che, coscienti della loro condizione, lottavano giorno dopo giorno sperando in un giorno in più.

Adriano

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