LA PANKA: VISTA DA UN “ESTRANEO”

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Oggi mi piacerebbe fermarmi a pensare. Sono “immerso” nella Panca da pochi mesi. Mi reputo ancora estraneo, non per assenza di coinvolgimento, più per non conoscenza. Sono un neonato nella storia della Panca e come tale mi guardo intorno e cerco di capire cosa la sede mi comunica. Faccio tutto io. Domande e risposte. Deliri e pensieri che spero non scomodino nessuno ma raccontino solo ciò che sento.

Qual è stata la tua prima impressione entrando nella sede della Panka?

Inizialmente non nego che avevo un po’ di timore. Non so bene a cosa fosse dovuto, forse era la solita paura di ciò che non si conosce.

Conoscevo la Panka solo per sentito dire e in base ai racconti di qualche collaboratore. La identificavo come “il posto dei tossicodipendenti”, riduttivo direte voi. Si, ma l’ho scoperto successivamente.

Cosa ti suscita la sede dei RDP?

Premesso che prevalentemente io sono in sede di mattina. Solo una volta sono venuto al pomeriggio e non me la scorderò mai! Quel giorno, sono entrato in  contatto diretto con chi, nella mia testa etichettavo e moralmente non accettavo, e questo ha ampliato il mio modo di vedere. Nell’incontro con la persona, aldilà dello stereotipo, esce e si scopre il proprio lato umano. Quella percentuale di ognuno di noi che suggerisce l’andare incontro, l’empatizzare, il capire che chi ho davanti non è “il drogato” ma una persona come le altre, che forse ha avuto sfortuna o ha scelto male ma comunque non va identificata con la sostanza ma con il suo nome e cognome. Comunque quel giorno fra partite di carte, una chitarra strimpellata sul divano e la merenda condivisa semplicemente sono entrato in punta di piedi nell’universo panka…

E com’è starci dentro?

Anche adesso guardandomi intorno, scrivendo a questo vecchio computer, percepisco l’ospitalità della sede, lo spirito di condivisione emanato dai vari posti a sedere, anche meno convenzionali come il divano mezzo diroccato e i sedili del furgone. Tutto questo mi parla di vissuto, di storia, di scopo, di evoluzione. La parete arancione è tappezzata di manifesti che raccontano la storia e da qui, dalla sua storia, l’Associazione va avanti e cerca sempre evoluzione. La mission resta sempre quella ma i tempi cambiano, i protagonisti si susseguono, gli anni passano e sicuramente la panka di dieci anni fa non era questa, come non lo sarà fra dieci ma credo che l’essenza resterà intatta.

Quanti volti avranno visto queste pareti, quante mani avranno impugnato le manopole del calcetto o le racchette. Quante sigarette saranno state consumate sotto la tettoia. Quanti libri sfogliati, quante nanne sui divani, quante risate, quanti pianti, quante urla, quanti sfoghi, potrei andare avanti all’infinito…

Gli scopi di chi passa per di qua sono i più diversi e la Panka, come i suoi operatori, non fa differenze (entro certi limiti), non pone filtri, cerca di accogliere e sostenere, come un porto al quale attracchi e puoi rimanere il tempo necessario per essere pronto a riprendere il mare. Io sono solo uno spettatore da un faro lontano, per quello mi definisco “estraneo”, ci sono e non ci sono, conosco e non conosco.

Con questo breve delirio, volevo solo fermarmi sulle sensazioni che mi trasmette questo luogo, consapevole che il mio pensiero non è assoluto, che l’esperienza mi insegna continuamente e che la lezione più importante forse, non è il cambiare per forza opinione, ma, aiutati dalla vita, saper limare e smussare gli angoli dei propri pensieri. In modo tale da dargli forma definita, intelligente, ponderata.

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