Il mio viaggio con gli occhi di un bambino

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Ricordo da bambino un’innata attenzione e curiosità verso il viaggio, o meglio, ero attratto dal visitare luoghi non comuni e sconosciuti. Credo sia normale in tenera età avere la così detta “curiosità degli occhi del bambino”. Crescendo questa fiamma non si è spenta, ma le vicissitudini della vita mi hanno portato, non tanto a viaggiare come turista, bensì a vivere in luoghi molto diversi dalla mia tanto amata Lombardia. Ho visto da turista dei paesini della Francia, località balneari della Spagna, il Canton Ticino della Svizzera potrei descriverlo a memoria, Lugano, Chiasso, Mendrisio e Lucerna sono state per mesi un luogo a me famigliare, ma sinceramente oltre alle bellezze architettoniche, la varietà di locali notturni e varie attrazioni per turisti non ho “preso” niente da questi bei posti. Invece, ho vissuto in Calabria per quasi 2 anni, nel Lazio 9 mesi, in Toscana per altri 30 mesi, oltre a settimane a zonzo tra Genova e le Cinque Terre. Di questi luoghi ho assorbito i profumi e le abitudini e sono state tutte “casa mia”. In questi luoghi ho trovato bellezze diverse tra loro, mentalità opposte, stili di vita totalmente differenti, ma ugualmente affascinanti ai miei occhi. Era tutto nuovo, “occhi da bambino”, pur avendo 20 anni ed un’esperienza “cruda” alle spalle. Sono partito il 20 aprile 2001 dalla stazione centrale di Milano, mi accompagnarono i miei genitori e Serena, il mio primo grande amore, con la quale trascorsi 3 anni giusti-giusti, il 20 aprile era il giorno del nostro anniversario, mi salutarono ed appena salii sul treno diretto a Crotone, portai le valige nella cuccetta da 6 posti precedentemente prenotata, tornai al finestrino e loro non c’erano più. Solo mesi dopo mia madre mi disse che corsero via appena salii sul treno per non soffrire troppo… Non capii subito cosa stava succedendo e sinceramente allora credevo di tornare presto, partivo per necessità, non economiche ma fisiche e psichiche, avevo trascorso i primi mesi di quell’anno in una comunità di Como per disintossicarmi dalla cocaina, ne avevo abusato per mesi, una maratona che allora debilitò molto il mio fisico e intaccò notevolmente la mia psiche. Fuggito dalla comunità tornai a casa, ma non stavo bene, il fisico aveva reagito, la mente un po’ meno e così dopo venti giorni a casa dei miei, comprai il biglietto: partenza Milano 20.04 ore 23.00, arrivo Crotone 21.04 ore 14.00. Non fu facile, mi privai di tutto: sigarette, alcool, droga, caffè, televisione, tutte cose inutili, o sicuramente non indispensabili, dovevo cambiare nella mente e nel fisico. Ricordo i primi mesi, volevo tornare alla vecchia vita, volevo scappare per l’ennesima volta da me stesso, non nascondo che solo grazie alla franchezza di alcuni amici, che mi sbatterono in faccia la realtà, continuai il mio percorso di vita, poi capii e tutto cambiò. Apprezzavo tutto. La fatica del lavoro nei campi si trasformava in soddisfazione nel coglierne i frutti, vivevo al mare e mi innamorai di lui, i suoni, gli odori… era tutto diverso dalla città, era bello, salutare, nuovo e buono. Feci tante nuove esperienze lavorative, dai campi, al bestiame, imparai a cucinare veramente, grazie a Sergio, un burbero, arrogante, cazzuto lombardo, trasferitosi a Catanzaro 10 anni prima, fu il mio primo mentore, lo rispettavo ed ho imparato da lui molto, sia manualmente che mentalmente. Mi insegnò a soffrire con il sorriso, lavorare con lui era massacrante, era instancabile, ma ugualmente soddisfacente. Diceva che i tipi come noi, abituati alla strada non potevano arrendersi di fronte ad un campo ed una zappa. Potete non credermi ma vi assicuro che ho faticato davvero tanto. Sergio non so che fine abbia fatto, mi accompagnò fino allo svincolo di Orte (Roma) il 31 luglio. Lui proseguì per la Spagna, io, invece, mi diressi a Rieti presso un convento francescano. Ho congedato Sergio dicendogli grazie per tutto: con lui imparai a leggere libri, a sfornare pizze e pane dal forno a legna, a cucinare per cento persone, a preparare ed a servire in sala, oltre a tante nozioni sull’agricoltura e sulla muratura. Forgiò un tutto fare, mi presentai come tale al convento, mi diedero un letto e 3 pasti quotidiani in cambio di otto ore lavorative. Fu una bella esperienza, iniziai costruendo un muretto di pietra, trascorsi l’estate lavorando all’orto del convento e, in autunno, mi dedicai alla ricostruzione dello stabile, un convento francescano del 1200 circa, con un bel chiostro centrale, con tanto di pozzo per l’acqua. Il rapporto con il priore, non era mai stato dei migliori, rispetto reciproco e nulla di più. Iniziai a non essere più motivato, mi mancava Sergio, non venivo spronato da nessuno, ma bensì dovevo essere io a coinvolgere e guidare gli altri… dopo venti mesi senza sigarette, ricominciai pian piano a fumare, quel inverno lo passai costruendo piccoli omini di legno che sarebbero diventati i personaggi dei presepi che il priore assemblava all’interno di radiche d’ulivo precedentemente pulite, levigate e colorate dai volontari. Più mi lasciavo andare e “seminavo” cause negative, più mi si presentavano gli effetti, cioè occasioni per tornare sulla strada: l’appetito vien mangiando ed io mi sedetti al tavolo… Nell’ultimo mese al convento feci di tutto e male, la vita di sacrificio, sudore e privazioni mi stava stretta, dopo quasi due anni trascorsi senza dare importanza al denaro, tornai a metterlo dinnanzi a tutto, volevo soldi e li feci a discapito di altri. L’eredità lasciatami da Sergio piano, piano si stava sgretolando e dopo qualche settimana in balia delle situazioni più stravaganti decisi di trasferirmi in Toscana, incoraggiato da una mia amica arrivai a Viareggio a fine febbraio. Il viaggio nel sud Italia si era concluso, avevo sofferto delle privazioni, ma avevo guadagnato nello spirito, non potevo e non volevo buttare tutto nel cestino, e così, dopo qualche indugio mi rimboccai le maniche e cercai lavoro nel settore della ristorazione e alla prima prova in un ristorante fui assunto a tempo indeterminato. La Versilia vive di turismo, quindi, le opportunità non mancavano e pur avendo trovato un’entrata sicura dovevo trovarmi anche un posto fisso dove vivere. Ero ospite di Maddalena, la mia amica, ma dopo aver trovato un lavoro più redditizio in un chiosco sulla spiaggia affittai un bilocale nelle vicinanze, mi comprai un motorino 50 cc usato e con “occhi da bambino” affrontai il mio presente, giorno per giorno. Viaggiare e vivere in posti diversi da dove sono cresciuto mi ha arricchito, non economicamente e non solo per le varie esperienze vissute o i posti visitati. Sono semplicemente arrivato a conoscermi meglio, sono arrivato alla consapevolezza che non esiste un destino, ma lo si crea in base alle scelte, si piantano cause e si raccolgono effetti. Non scrivo queste parole da “vecchio saggio”, me ne guardo bene dal dispensare consigli gratuiti, ma rimpiango molto la curiosità che avevano i miei occhi nel guardare il mondo. Ho constatato che non esiste risultato senza privazioni ed impegno. Non ho mai smesso di viaggiare, le situazioni sono cambiate, ho costruito con sacrificio e distrutto con tanta facilità, mi sono smarrito più volte, ho inseguito sogni comportandomi in modo totalmente irrazionale, guidato dal piacere effimero dei sensi…il mio motto era “ soffro e godo”, che in sé potrebbe essere un buon punto di partenza, ma sommato al “tutto e subito” ha come unico risultato il fallimento, losing game, giocare per perdere. Dato che sono ancora in viaggio e non ho smesso di giocare, rimango ancora convinto che la sofferenza ed il sacrificio siamo indispensabili per un viaggio duraturo…con un pizzico di razionalità potrei combinare qualcosa di bello.

Andrea

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