Storia

Pordenone, nord est d’Italia: piccola città, ricca, con un reddito pro capite medio alto, città con importanti insediamenti industriali e in cui vi è pressoché piena occupazione. Città, anche, in cui il rapporto percentuale tossicodipendenti- popolazione era, nel corso degli anni ottanta, tra i più alti d’Italia.

Per comprendere il fenomeno Ragazzi della Panchina è forse utile partire proprio da qui: da una città che presenta in quegli anni una forte contraddizione in termini di qualità della vita tra la maggioranza della sua popolazione e una minoranza significativa della sua giovane generazione. Il problema, trascurato in quel periodo, mostrerà il suo volto più drammatico a dieci anni di distanza, quando la sieropositività porterà a termine il suo decorso allora inevitabile. Per una realtà come Pordenone sarà un brusco risveglio, quello della metà degli anni novanta, anche in considerazione del fatto che, in rapporto alla popolazione, le morti si portano via in quei dieci anni quasi un’intera generazione.
Un brusco risveglio, dunque.

I ragazzi si trovano presso una panchina all’uscita dell’ospedale civile. Il luogo di ritrovo non è nascosto ai più, anzi: c’è un continuo viavai di persone che vedono e passano oltre, incuranti all’apparenza di ciò che succede. La panchina è un “monstrum”, un’esibizione di un grido silenzioso che la città ancora non ha raccolto. Il grido si spegne nella frattura che c’è tra i due gruppi sociali, che si mal sopportano vicendevolmente. Ma le morti, quelle morti, rendono palese un sommerso che per svariati motivi si era lasciato andare alla deriva.

Le strutture di competenza, Servizio Tossicodipendenza e Servizi Sociali, si trovano impreparate a gestire un’esplosione di aggressività così improvvisa; per contro i ragazzi si vedono impotenti, e non sanno come uscire da questa situazione. Lo fanno in maniera rivendicativa, cercando i colpevoli di quella situazione; lo fanno in maniera disperata, perché il tempo stringe. Si forma un gruppo in nuce, persone che vivono l’Hiv sulla loro pelle. Chiedono aiuto a un medico del SerT perché possa nascere qualcosa che dia loro una mano.

Intanto purtroppo le morti continuano e i mezzi d’informazione tengono alta l’attenzione sul problema. Il medico cerca uno strumento che possa scuotere tutte e due le realtà , sia quella di chi consuma sostanze sia il quotidiano della comunità di Pordenone; per lui l’emergenza è sociale, non riguarda solo la parte legata al consumo di sostanze. Pensa alla poesia e contatta uno dei massimi poeti viventi, Andrea Zanzotto, per un incontro aperto a tutti sul tema “L’uomo di fronte ai fatti estremi”. Chiede ai ragazzi un confronto su questo tema con il poeta. Riesce in questo modo a stabilire un contatto diverso, a dare uno stimolo. Coinvolge due assistenti sociali del Servizio Tossicodipendenze per cercare di elaborare i messaggi che provengono dai ragazzi; i ragazzi a loro volta si coagulano intorno a un leader che all’interno della “piazza” ricopriva già questo ruolo.

Le riunioni settimanali al SerT si susseguono ed emergono temi di grande sofferenza. Iniziano a crearsi relazioni diverse tra le stesse persone che frequentano la “piazza”. Contemporaneamente attraverso iniziative di respiro più ampio il gruppo esce allo scoperto e incontra la città. Le reazioni sono contrastanti ma ci sono: la risposta della città funge a sua volta da stimolo per il proseguimento dell’esperienza: l’apprezzamento da parte della società ha incrinato la convinzione di impotenza. Il gruppo vuole lasciare un segno, ripristinare un ponte interrotto. Esplicita questa volontà attraverso la richiesta di una sede in centro alla città. Richiesta che spiazza anche la città e apre un dibattito che coinvolge tutta la comunità attraverso i suoi rappresentanti. Si arriva addirittura ad indire un consiglio comunale per stabilire o meno il patrocinio del Comune all’apertura della sede. All’approvazione seguono fiaccolate e petizioni di protesta di cittadini del quartiere in cui sorgerà la sede dei ragazzi. Tutto questo a significare quanto la città comunque si sia mobilitata intorno a questo gruppo.

Il gruppo continua a riunirsi in una stanza del Sert e riesce a capire che un atteggiamento rivendicativo non paga; si devono usare altre armi: mediare, proporre, pazientare, coinvolgere anche chi non consuma sostanze, convinti che la strada per il riconoscimento e il riscatto è lunga. Nel 1999 Nasce l’Associazione “I Ragazzi della Panchina”. L’idea di creare un’associazione parte dal bisogno di riconoscimento sociale e civile di identità al gruppo. Il suo obiettivo è promuovere attraverso iniziative di diverso respiro un’idea più articolata del mondo di chi consuma sostanze. L’idea è di approccio alla persona, non al “tossicodipendente”. Questo gruppo, ora divenuto associazione, ha ottenuto nel 2000 il patrocinio del Comune ad aprire una sede in centro alla città, come si era prefissa.

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