Il Classico Scritto Da Me

concorso.jpg

Come poter coinvolgere i nostri lettori all’interno della manifestazione più attesa  e recensita dell’anno? Pordenonelegge ha stuzzicato ancora una volta la nostra fantasia in modo originale ed in linea con il nostro stile. Abbiamo voluto che i protagonisti dell’approfondimento foste voi,  lettori di LdP, e naturalmente la scrittura filo conduttore di tutta la manifestazione. Perciò detto fatto, I Ragazzi della Panchina lancia il proprio contest letterario, “Il classico scritto da me”. Lo schema è semplice, stimolare la fantasia ed invitare alla scrittura i nostri lettori (e chiunque volesse partecipare!): Riscrivere-Reinventare in circa 3000 battute la storia di un romanzo classico – scelto tra quelli indicati – in cui  i protagonisti e le loro storie sono usciti esclusivamente dalla fantasia dei partecipanti. A ciascun racconto l’autore abbina un sottotitolo e una foto inediti. Non è prevista una vera e propria classifica ma la redazione di RdP si riserva il piacere di pubblicare i cinque ritenuti migliori mentre il resto dei racconti li troverete all’interno del Blog.

 

EDIZIONE 2017 

       

                     

Le mie prigioni

L’oriolo della morte

di Alessandro Tonussi

 

oriolo della morte

 Silvio Pellico, era ritornato a Torino e soggiornava nel  palazzo Barolo, ospite di Juliette Colbert, marchesa di Barolo, che ha quei tempi offriva il palazzo come luogo di ritrovo per l’élite culturale e politica.

Dopo dieci anni di prigione, dovrebbe essere un maturo cinquantenne. Dovrebbe, perché amava alla follia la nobildonna Cristina Archinto Trivulzio, come quando la incontrò per la prima volta poco più che ventenne…

Mia cara Cristina, ti racconto qualcosa d’insolito cui ho assistito in Italia, a Pordenone una signorile città del nord Italia, vicino a Venezia. M’ero recato oltre trent’anni fa con un’amica da un gioielliere lungo il corso principale per regalarle un orologio; l’orefice ne posò a decine sul bancone: ma ne teneva in mano solo uno. Stretto.

«Perché non posa pure quello sul piano?» domandai con sospetto.

«Questo è un oriolo molto particolare.»

«Cosa intende dire? Non indica il tempo come fan tutti?»

L’orefice sospirò profondamente.

«No. Anzi sì, ma questi dona pure l’eterna giovinezza a chi riesce a cingerlo al polso… per almeno un paio di minuti.»

«È una questione di prezzo?» risposi beffardo.

«No, gentile signore, questo oriolo dona sì l’eterna giovinezza, ma in cambio fa commettere tremendi delitti.»

Lo presi in mano, lo girai sottosopra più volte esaminandolo, poi scoppiai in una sonora risata.

«Sì, è originalissimo. Devo dire che in un primo tempo ero rimasto un po’ sull’incerto, ma poi le rifiniture mi hanno convinto più della sua assurda storia.»

L’anziano orefice sbuffò infastidito. «Non sto scherzando, se non mi crede se lo allacci e provi!»

«Se per questo, la mia amica lo farà con piacere. Vero, Teresa ?»

Allacciato al polso, l’uomo diede istruzioni alla mia compagna: «Percorra tutto il corso, attraversi il ponte “Adamo Ed Eva” arriverà alla chiesetta della Santissima, poi torni indietro. Se non riesce a dominare il suo istinto omicida, lo getti nell’acqua, l’effetto malefico sparirà».

Dopo una quindicina minuti, entrò una bimba con l’oriolo al polso. Scoppiai di nuovo in una sontuosa risata, credendolo uno scherzo, poi mi convinsi che si trattava di Teresa. Era ringiovanita un anno per ogni minuto che l’aveva indossato!

Non riuscii neppure a riprendermi dallo shock, che fummo informati di un terribile fatto accaduto lungo il ponte sul Noncello… una giovane mamma era annegata con il neonato perché caduti nelle gelide acque dopo che una donna gli aveva spinti.

La polizia ricercava l’omicida: una giovane donna dalla somiglianza della mia amica…

«Sei diventato bravo a raccontare storielle. Hai intenzioni di scrivere racconti raccapriccianti?.» disse la nobildonna Cristina sorridendo.

Rimasi stupito dalla sua affermazione, l’avevo vista coinvolta finché narravo.

«Bevi lo Sherry!» ordinò, mentre la servitù  lo versava nei bicchieri. Allungai la mano sinistra per prendere il bicchiere, quando mi afferrò il polso e controllò se portavo… quell’oriolo.

 

 

Sulla Strada   

Allo sbando tra i vicoli di Pordenone

di Antonio Zani

 

L’ennesima lattina di birra fece un sordo rumore metallico cozzando sulle rotaie lucide della ferrovia. L’orologio segnava le quattro e la notte era spenta come il cuore di Luigi che, con lo stomaco pieno d’alcol e la testa frastornata, cercava se stesso seduto sulla panchina in cemento della stazione. Era mezza estate oramai e lui per l’ennesima notte insonne aveva scelto quel luogo di arrivi e partenze.

Quella notte era più preso del solito dai demoni dell’alcol. Prese il suo leggero bagaglio ed uscì dalla stazione. Luigi prese accese una sigaretta, aspirò un paio di boccate di fumo e pensò che fare di quella giornata, non ci pensò su troppo e s’incammino verso il centro cittadino. I suoi passi pesanti e stanchi lo portarono in un bar che apriva di buonora, entrò ed ordinò un amaro di quelli forti, di quelli che ti danno subito la botta che cerchi se hai troppo da dimenticare.

Luigi bevve, salutò ed uscì, era di nuovo su quella strada che poteva portarlo in mille posti ma che per lui non aveva più alcun indirizzo. Si avviò verso Corso Vittorio Emanuele, solo il rumore dei netturbini come sottofondo. Spese qualche spicciolo per del tabacco nero di quello forte che ti riempie la gola e ti spacca i polmoni, si arrotolò una sigaretta, era stanco e spaesato.

Si fermò ad osservare i primi negozianti indaffarati ad aprire i propri negozi. Ebbe un sussulto quando la polizia gli si fermò accanto per un controllo, se ne andarono e lui quasi si rattristò, erano pur sempre una compagnia… Luigi si avviò in cerca di un bus, cosi, solo per sedersi e farsi un giro in periferia per una mezz’oretta, era pur sempre un modo per svagarsi o perlomeno per tentare di farlo, ma lui sapeva che non era cosi, lui sapeva che il chiodo fisso nella sua mente era la sua famiglia, quella gente che amava e aveva perso per l’effimero amore della bottiglia.

Salì sul bus direzione Cordenons, si sedette, non fece il biglietto, gli ultimi spiccioli dovevano servire per le birre più tardi al supermercato dove costano meno e spaccano di più.

Si appisolò, forse cullato dal leggero dondolio del mezzo in corsa, al capolinea fu svegliato dall’autista, scese ed era ancora una volta sulla strada solo come un cane. S’incamminò incespicando sul marciapiede in direzione del supermercato più vicino, luogo di spaccio dell’agognata sostanza. Arrivò, era ancora chiuso, fuori c’era un uomo triste seduto vicino all’ingresso, aveva la faccia vissuta, stanca e deformata dai vizi; Luigi lo guardò quasi come fosse dinnanzi ad uno specchio, iniziò a riflettere ma si lasciò vincere dal vizio quando si aprì la porta del supermercato. Luigi guardò quell’uomo e gli fece un cenno di saluto entrando e sentendosi meno solo, c’era qualcun altro come lui…Uscì dopo poco con le birre in mano e s’incamminò verso il nulla. Anche quel giorno Luigi aveva perso la sua battaglia ed era ancora sulla strada.

Cent’anni di solitudine

 La sostituzione

 di  Mia Camilla Lazzarini

pubblicato in LdP 03/2017

Nebulosa nello spazio

Ascoltava il ronzio sommesso dei motori dell’astronave. No, non era vero: i motori quasi-luce sono assolutamente silenziosi, non ronzano, ma a lui piaceva pensare che lo facessero, per avere l’idea del movimento.

Si era stancato di guardare fuori dall’oblò dopo i primi cinque anni, anche se tornava ad ammirare il panorama di tanto in tanto, quando si avvicinava a qualche corpo celeste. Dopo dieci anni aveva smesso di guardare anche gli schermi di navigazione. Anche la palestra gli era venuta a noia, ma continuava ad andarci tutti i giorni perché era necessario per superare il check up medico.

Ogni giorno dedicava tre ore ai test di funzionamento dei sistemi della nave. Era arrivato quasi al punto di desiderare che ci fosse un guasto, così, solo per avere un diversivo.

Si era imposto di guardare al massimo due film al giorno: ne aveva circa centomila e probabilmente almeno un quarto faceva schifo, quindi se fosse riuscito a mantenere il ritmo, ne avrebbe avuti di nuovi per un centinaio di anni. Con i libri era più facile: in memoria ne aveva più di tre milioni, non c’era bisogno di razionarli. Anche la musica era quasi illimitata e si poteva anche riascoltare.

Spesso, però, lui preferiva il silenzio. Passava ore ad ascoltare i suoi stessi pensieri, a lasciarli correre liberi, per vedere dove sarebbero andati a finire e ogni volta riuscivano a stupirlo. Era meglio del cinema.

All’inizio aveva affrontato con entusiasmo il diario quotidiano, orgoglioso di lasciare una traccia di quel viaggio epico verso un nuovo mondo, un pianeta su cui la razza umana avrebbe potuto sopravvivere. Ormai però erano più di cinquant’anni che la maggior parte delle pagine riportava un laconico “niente da segnalare”.

Dopo 36.428 giorni aveva deciso di averne abbastanza. Niente test, niente palestra, niente check up, niente film. Tanto, li aveva quasi finiti.

Lo specchio della cabina gli restituì un’immagine poco diversa da quella di novant’anni prima. La pelle era meno compatta e c’era un accenno di rughe sulla fronte e agli angoli degli occhi, ma non era cambiato molto. Probabilmente avrebbe avuto ancora una cinquantina d’anni, se avesse voluto. Ma non voleva, non così.

Si sedette per l’ultima volta davanti alla postazione di comando e compilò con cura l’ultima pagina del diario, poi inserì un codice e per cinque volte fornì la

conferma richiesta. Rimase lì, a immaginare il rumore dei motori, mentre l’astronave attivava la procedura di sostituzione.

Nella stiva, la spia di una delle settantamila capsule di sopravvivenza iniziò a lampeggiare, mentre il corpo al suo interno veniva riportato alla temperatura normale e risvegliato da un sonno durato cent’anni.

Un cicalino lo avvertì che il suo sostituto era uscito dall’ibernazione e aveva superato il check up medico. Diede un ultimo sguardo intorno a sé per assicurarsi di aver lasciato tutto in ordine e augurò mentalmente buon viaggio al nuovo pilota e all’astronave con il suo carico di speranza, poi digitò ancora una volta il codice di sicurezza e ritirò la capsula che l’avrebbe addormentato per sempre.

Sulla Strada

Mappa(e)Mondo

di Cesare Luperto

mani - Ph Cesare Luperto (1)

Sebastian sognava da sempre fare un grande viaggio, non gli importava dove, né per quanto tempo.

Da bambino suo padre gli regalò un mappamondo luminoso, che sistemò accanto al suo letto. Al sopraggiungere della sera lo accendeva per confortargli l’imminente arrivo dei sogni, fra “nuvole di panna e stelle di zucchero”, come gli cantava sua madre. Sebastian osservava a lungo e con innata meraviglia quel mondo pieno di luce prima di addormentarsi e, forse, fu proprio quel faro nella notte a fargli maturare, più o meno inconsciamente, un desiderio cosi importante.

In una mite mattina di marzo Sebastian, ormai ventenne, decise che era finalmente arrivato il momento di agire: testa dura e irrequieto com’era sentiva di aver atteso già troppo a lungo fermo nel suo piccolo paese e non sopportava più di continuare a viverci senza aver visto di persona luoghi lontani e diversi. Se lo promise: sarebbe partito entro la fine dell’estate.

Pensò alla leggendaria Transiberiana, all’affascinante “coast-to-coast” americano, alle inaccessibili vette dei monaci tibetani e persino all’Antartide, che per un giorno intero fu inseguito dalla sua febbricitante fantasia, nemmeno fosse Indiana Jones e l’ultima crociata!

Tuttavia fu proprio nella caffetteria centrale del suo paese che scoprì il proprio Eldorado.

Tre ragazze si sedettero non lontano dal suo tavolo e si misero a confabulare. Sebastian, aguzzando lo sguardo e rizzando le orecchie, notò una cartina geografica fra le loro mani e sentì pronunciare una parola alla quale ancora non aveva riflettuto: “Africa” . Non ci pensò due volte, si alzò in piedi, si avvicinò a loro e disse:

“Buongiorno, scusate, mi chiamo Sebastian, piacere. Disturbo?”

“Ciao Sebastian, no, figurati! Io sono Erika.”

“Io sono Sofia, ciao.”

“Ciao, Anna, piacere. Vuoi sederti qui con noi?”

“Si, grazie. Siete in partenza? Vedo una mappa qui.”

“Si, fra tre settimane partiamo per la Tanzania.”

“E che cosa andate a fare laggiù? A vedere i Masai e i leoni?”

“Non solo, andiamo con un ente internazionale a offrire il nostro aiuto alle persone affette da HIV, a parlare con loro e accompagnarle ai dispensari medici nei casi d’urgenza. Stiamo organizzando i percorsi più veloci”.

Sebastian si vergognò della sua domanda, ma le tre ragazze non ci fecero caso. Rimase in silenzio qualche istante, poi, inatteso, si accese un mondo nei suoi occhi. Si schiarì la voce, quasi a voler revocare tutto ciò che aveva appena detto, respirò a fondo e disse: “Posso partire con voi?”

Le ragazze lo osservarono stupite, in silenzio; si scambiarono un cenno con gli occhi; si sorrisero. Lo guardarono di nuovo e, come il verdetto di un caotico destino, esclamarono insieme: “Certo!”

Anna, Sofia, Erika e Sebastian partirono per l’Africa e non ritornarono mai più o, forse, mai più completamente. Di Sebastian ritornò certamente un giovane trasformato e animato, oltre che dalla forza di un leone e dal coraggio di un Masai, da un ricordo che permeò tutta la sua vita: quel pomeriggio in cui, alla guida della jeep, accompagnò al dispensario la bella Arianna, giovane madre sieropositiva in fin di vita. Lei gli stringeva la mano, e nessun Dio apparve sulla strada.

 

Il signore del Mosche

In attesa di un’alba nuova

di Costa Francesca

pubblicato in LdP 03/2017

Pino

Il soffice tappeto d’erba su cui era piombato il corpo stremato, si stava rivelando per quel che era davvero: dura superficie forgiata da piccole pietre acuminate che addentavano la carne per rimanerne conficcate. La coscienza sospesa, intorpidita, il volto ricolmo della salsedine di mare e di pianto. Gli occhi serrati per rimanere ancorata al sogno, per stringere con forza l’idea che nulla era cambiato. Con il suo ronzio, irriverente una mosca incominciava a innescare il ciclo dei pensieri di quell’anima spenta (del resto, che ne sa una mosca del dolore umano?). E di nuovo iniziava l’inferno sulla terra e si sta come mosche sul filo molle d’una ragnatela ormai sfaldata, in attesa dell’ultimo oblio.

Si vive anche nel ricordo e il pensiero di lui agiva da martello, conficcando, a poco a poco e sempre più in profondità il chiodo: Tommaso, Tommaso, Tommaso! Lui che si era perso mille volte e altrettante si era ritrovato; lui ubriaco di capitoli di vita finiti, cosciente di quanto fosse insignificante percorrere strade facili in direzione del nulla; lui che pensava fosse figo simularsi depresso, tossico e/o diverso; lui che aveva smesso di lottare contro ingiustizie e pregiudizi; lui che era stufo, annoiato, irritato e non trovava più la voce per mandare affanculo; lui che ormai è troppo tardi!

Alessia si era rialzata come fosse un automa, insensibile all’indolenzimento che provava. Dentro sé la guerra del sangue che le pulsava nelle tempie senza sosta. Camminava a passi storti e senza meta evitando i rami spezzati dalla recente tempesta; sembrava che anche gli alberi manifestassero il loro dolore, piccole gocce di pioggia echeggiavano il pianto del cielo. Luna e stelle non avrebbero fatto bella mostra del loro scintillare, nascoste dalla veste a lutto delle nuvole. Non trovava pace il pensiero di Alessia che ripercorreva, come fosse un disco rotto, i momenti felici vissuti con Tommaso e non poteva capacitarsi di come non gli fosse stata vicina negli ultimi istanti e soprattutto, non si poteva perdonare di non aver capito che la fine era imminente e lo avrebbe colto sprovvisto del bagaglio per la sua traversata in un altro dove. Ma si sa, diamo sempre per scontata la presenza delle persone, come eterna, come la fine non esistesse, non si pensa alla nera signora che (rac)coglie la sua messe in modo inaspettato, talvolta, senza lasciare il tempo di un’ultima dimostrazione di affetto, di un ultimo saluto.

Continuavano a calare le tenebre. All’orizzonte il mare s’abbracciava al cielo che, pudico, mostrava il suo rossore. In lontananza il sole era in cerca del suo dio, così come Alessia era in cerca del suo Tommaso. Intanto lei era arrivata dove le onde, con il loro sciabordare, solleticano la riva e s’addentrava fra i flutti. Due giovani innamorati, che di lontano stavano contemplando la bellezza insolita del tramonto, scorsero la donna, cercarono di attirare l’attenzione mentre si precipitavano verso di lei.

Alessia continuava a scomparire in quell’acqua calma che le accarezzava la pelle, l’avvolgeva come drappo per deporla nei suoi abissi accogliendone lo spirito, mentre la sua anima si ricongiungeva al suo amato bene nell’attesa di una nuova alba

 

Il Signore delle Mosche

                                          di Gabriele Sorrentini                         

pubblicato in LdP 03/2017

Il signore delle mosche - Gabriele Sorentini (1).JPG

Fai molta attenzione alle sue parole: se non capisci che cosa sta cercando di dirti, vuol dire che non è ancora successo.

Nella mia vita ne ho visti di clienti strani entrare nel mio bar, ma nessuno batte quello di ieri. Vi racconto la scena: è un normale pomeriggio e ci sono solo io dietro al bancone intento a pulire i bicchieri, mentre nell’aria danzano le note di Lonely Youth, terzo album degli Sheep Raiders. Non ho mai ascoltato un disco con un simile mix di jazz, blues e rock, davvero fenomenale.

Sono dunque intento a riordinare, quando entra un uomo avvolto in un cappotto grigio e con un cappello nero sulla testa. A fare da contorno ci sono due occhiali scuri dalle lenti rotonde e un viso scavato e pallido. Questo grottesco signore si dirige verso il bancone e si siede proprio davanti a me.

«Che cosa posso servirle?» chiedo.

Con un gesto della mano il signore mi indica il cesto della frutta alle mie spalle: forse vuole uno dei miei centrifugati? Ne avrebbe davvero bisogno vista la sua brutta cera.

«Desidera mangiare un frutto?».

Annuisce.

«Beh, posso consigliarle un melograno, se ha tempo e pazienza di sgranarne i semi, mentre se desidera qualcosa di più esotico posso offrirle un ficodindia, un avocado o una pitaya».

Fa segno di no con la testa. Istintivamente prendo una pesca in mano e domando:

«Che frutto desidera allora?».

Impossibilitato a rispondere con dei cenni, finalmente questo signore misterioso apre bocca:

«Uno nero e pieno di mosche».

Per un attimo resto immobile, indeciso se credere di aver sentito bene o se sono le note psichedeliche di Trip in Time degli Sheep Raiders ad avermi dato alla testa. Gli chiedo cortesemente di ripetere e lui ribatte:

«Spara a un corvo».

Che cosa? Perché mai dovrei sparare a un corvo? Forse è a questo che si riferisce con “frutto nero e pieno di mosche”?

Visto che lo fisso senza capire, lui continua:

«Lei mi fa i complimenti».

A questo punto poso la pesca sul bancone e, squadrando quelle lenti scure, lo imploro:

«Per favore, può dirmi che cosa vuole?».

Lui fissa la pesca e infine si pronuncia:

«Nebbia di vuoto».

                I trucchi magici non mi hanno mai impressionato, ma quello a cui assisto ora non può certo essere un trucco: la pesca inizia a marcire sotto i miei occhi fino a diventare completamente nera, mentre uno sciame di mosche proveniente da non so dove inizia a ronzarle attorno. Il signore allunga una mano e, afferrata quella poltiglia di materia marcescente, sentenzia:

«Non ci sono molti semafori in Oklahoma».

Detto questo, si ficca la pesca in bocca e la mangia voracemente. Sento che sto per vomitare per la prima volta dopo anni passati a pulire il bagno dai resti delle sbornie del vecchio Bob.

Il signore se ne va senza aggiungere altro e come esce dal bar parte Hunting A Crow degli Sheep Raiders.

Tornato a casa ceno con mia moglie e poi facciamo l’amore. Appena finiamo, lei mi dice:

«È stato bellissimo. Da quanto sei così bravo?».

Stamattina vado a camminare sull’argine del fiume. Arrivato sul punto dove Lisa, la mia prima fiamma, mi scaricò, sento un’inspiegabile malinconia assalirmi. Subito dal fiume si alza una densa foschia.

Domani devo recarmi a Midwest City, in Oklahoma e ho il terrore di quello che potrebbe accadere. Forse cercando di attraversare una strada priva di semafori potrebbe passare un’auto…

Cent’anni di Solitudine

Il piccolo libro dimenticato

di Giusy Matozza

pubblicato in LdP 03/2017

IMG_20170812_193541.jpg

Sono un piccolo libro dimenticato. Un piccolo volume, non molto prezioso, senza nulla di speciale. Non sono un grande classico letterario o un antico manoscritto introvabile. Sono un libro comune, un romanzo come tanti altri. Nessuno mi ha mai scelto perché sono importante, o raro, o pieno di conoscenza. Sono un romanzetto, un’opera povera, un libro scelto per passare il tempo. I libri semplici come me spesso non vengono neanche considerati. Ce ne sono tanti altri più importanti di me.

Eppure quella volta ha scelto me. Quel giorno in libreria quell’uomo ha scelto me. E’ corso con le dita tra le copertine dei vari libri, mi ha preso, mi ha osservato. Ha scelto proprio me. E la bambina, la bambina nella sua casa, era felice.

Diceva: ”Che bello papà. E’ per me?”

“Sì è tuo, buon compleanno.”

Era curiosa, la bambina, cominciò subito a leggermi. Ma io non posso darti niente, pensavo. Sono solo un umile romanzo, un libro di poco valore. Di me ti stancherai subito.

Eppure mi leggeva, leggeva tutti i giorni ad alta voce, in camera sua. Mi stringeva mentre era immersa nella lettura. Poi a volte si fermava, guardava il soffitto. Sognava ad occhi aperti.

Però sono tanti anni che mi hai lasciato solo. Tu mi volevi bene e mi hai messo qui, su questo ripiano. Da qui si vede tutto. Vedo la tua stanza dove studi. Vedo il letto, la tua scrivania. Vedo la finestra con il giardino. E sulla parete le tue foto e le tue cartoline. Perchè tu non sei più una bambina, sei cresciuta. Ti sei fatta grande piccola mia, hai girato il mondo, e ti sei dimenticata di me. Mi hai lasciato qui da solo in mezzo a tutti gli altri libri. Non mi hai più guardato, non mi hai più sfogliato con le tue piccole mani. Quelle mani che ora piccole non lo sono più, segnate dai tanti anni che sia io che te abbiamo vissuto.

Li ho contati uno a uno questi anni, giorno per giorno. Perchè noi libri i giorni li sentiamo su di noi. Sentiamo le pagine che si rovinano, la polvere, l’aria che ci manca. Sentiamo la vita che ci lascia lentamente e che solo ci ritorna quando qualcuno ci apre e ci concede di respirare. Ma io sono ancora qui, con il ricordo delle tue dita tra l’inchiostro delle parole. Sono ancora qui dopo una vita intera.

Ora un’altra bambina entra nella stanza. Non sei tu, ti assomiglia, ma non sei tu. Viene verso di me, mi prende, mi sceglie anche lei.

“Nonna, posso prenderlo?”

E allora arrivi tu. Eccoti, finalmente. Tu che mi hai stretto a te tanti anni fa e che non mi guardi da una vita. Tu che non sei più una bambina e che porti sul tuo volto tutti i segni del tempo.

“Prendilo pure, piccola mia. E’ un romanzo meraviglioso.”

E mentre lei mi stringe io sento lo stesso calore delle tua mani. Mentre mi porta via tu mi guardi di nuovo, mi cerchi per l’ultima volta, perchè sai che regalerò sogni anche a questa bambina.

 

Il Signore delle Mosche

Quando anche l’inferno è obsoleto

di Irene Vendrame

pubblicato in LdP 03/2017

IMG_20170816_173859.jpg

Si gira, si rigira, quasi si contorce sopra le lenzuola a loro volta attorcigliate, suda, sbuffa, prima sul fianco, poi a pancia in sotto, infine si ferma supino, arreso, con gli occhi spalancati, respirando l’aria afosa di una notte di luglio. Tutto è immobile, in un silenzio quasi pesante. A dire il vero sente sul serio un peso sul petto che quasi lo schiaccia: il respiro si fa affannoso, si alza a sedere, ma non passa. La gola sembra chiuderglisi a poco a poco, soffocandolo, il battito cardiaco aumenta, sente il sangue che gli inonda la faccia. Oddio no, così giovane no! Non può accadere ora.

Affannato, ha paura.

Tenta di lanciare un grido. Ne esce un verso raccapricciante, roco e sordo. Nessuno lo sente, è da solo.

E il poveretto muore.

Dopo alcuni attimi di incoscienza, si riprende, al cospetto di uno strano omuncolo seduto ad un tavolo di legno molto semplice, chino su plichi di carte scritte fitte. È proprio un tipo singolare: grassottello, ha il collo corto e una testa tonda e pelata, dalla cui fronte escono due antenne nere. Sotto di esse trovano spazio due grandi occhi da insetto, neri e lucidi. Dal completo grigio, i cui bottoni sembrano sul punto di staccarsi a causa dell’addome prominente, escono due ali, che un tempo dovevano essere state trasparenti, ma che ora si tingono di riflessi giallastri. Le mani e le braccia sono piccole e sottili.

-Bzbz…candidato numero 282636536…bzbz…morto stanotte per cause ancora non del tutto chiare…bzbz…si richiede autopsia.

Il neo deceduto strabuzza gli occhi, incredulo.

-Candidato numero 282636536 segua le mosche guida bzbz… la condurranno nel suo dormitorio bzbz-

-Ma io… ci dev’essere un errore… voglio parlare con un suo superiore!

-Bzbz… le assicuro che non c’è nessun errore bzbz la procedura è stata portata a termine correttamente bzbz il suo è un caso da manuale.-

-…io non capisco… io pensavo che una volta… una volta andato in cielo una persona rispettabile come me avrebbe avuto un trattamento…-

-bzbz lei in effetti si trova nel settore mosche, signore. In vita ha sguazzato, come una mosca sguazza nel marciume delle carogne, in ogni genere di porcheria! Senza farsi alcuno scrupolo. Ora è stato assegnato al settore mosche, come le si conviene. Bzbz se vuole incontrare il Signore delle Mosche, non deve fare altro che aspettare, appena avrà un momento libero vorrà di sicuro incontrarla-

-Lei sta dicendo che starei andando all’inferno?-

-Bzbz inferno bzbz no, non direi, il settore Hell1300 è stato chiuso quasi un secolo fa bzbz causa enorme dispendio di energia bzbz tutto quel calore bzbz tutti quei dipendenti, demonietti particolarmente ingestibili… bzbz tutte caratteristiche poco convenienti dal punto di vista del business –

-Vuole dirmi che trasformate tutti in mosche?-

-Bzbz non solo bzbz anche zanzare, cimici, vespe, che vengono poi reintrodotte nel mondo dei vivi e sono destinate ad essere schiacciate, avvelenate, disinfestate bzbz a costo zero

-Diamine, siamo costretti a morire due volte dunque?-

-Bzbz a quanto pare si-

-E poi dove ci cacceranno?-

-Bzbz quello che mi chiede non è di mia competenza bzbz non ho idea di dove andrà dopo la sua seconda morte bzbz proprio non lo so… non mi è dato di sapere

Delitto e Castigo  

 di Marlene Prosdocimo

Antichi bagliori.jpg

Ne sfiorava la pelle, non aspettandosi nessun brivido di risposta. Nonostante fosse accuratamente levigata, presentava qualche imperfetta sporgenza che aumentava l’eccitazione: le palme delle mani si posavano languide sul dorso con movimenti tantrici, occupando infiniti istanti per condursi da un luogo all’altro. Cacciatore che provoca la preda catturata, accarezzandole il collo consapevole del fatto che non si concederà mai: era giunto il Tempo in cui ciò che aveva suscitato turbamento avrebbe subito la vendetta di tutti gli animi puri costretti a disintegrare l’Io in un dipanarsi di dubbi.

Le dita piegate in una ruga carpirono l’ennesima creatura orbitante nella stanza: la carne apparteneva in quel momento al Decameron di Boccaccio, opera frivola tesa ad escludere la totale volontà di un Essere Provvidente. Tralasciando gli elementi lussuriosi presenti nel libro, un aspetto in particolare colpì la dignità del Cardinale: l’idea di sfuggire al piano divino, ritenendosi idonei alla salvezza, non era che frenetica eresia. Il morbo è selezione, la catastrofe purificazione; e così da sempre, dall’ancestrale epoca di Noè e Gilgamesh, dalle piaghe d’Egitto.

Dal pruriginoso piacere provato fino a quel contatto, il Cardinale sperimentò all’improvviso un’estrema ripugnanza: ora la preda compiva una metamorfosi, si concretizzava in un nemico tangibile che nel passato era stato troppo vicino a lui. Una smania di immediata e puntuale distruzione si impossessò di lui: l’autocompiacimento perse significato ai suoi occhi, l’Azione era l’unica via da intraprendere.

Uscì da una porta che permetteva di accedere ad un intimo cortile interno: un uomo incappucciato gli si rivolse, porgendogli una torcia accesa. La pira era già preparata: pira degli eroi, lo stesso grembo che accolse le morti di Didone o Eracle e che consacrò col fuoco il patto tra uomo e cenere.

Il cardinale sollevò le braccia alle nubi del cielo che lo sovrastava, ribadendo la superiorità delle questioni divine alle mere ambizioni intellettuali umane: delirio, l’ingenium!

Una pila di libri venne disordinatamente gettate tra le gole infuocate, assetate di sapienza illecita proveniente dai visionari traenti ispirazione dalle prostitute, dalle etere della mente.

Vapore denso sacrificale salì al Dio, venne placato il senso d’inadeguatezza che aleggiava, misterico, tra gli animi dei presenti: fate questo in memoria di me, predicava l’antico aedo pentito della profanità del suo apparato letterario tramandato ad uditori e ciechi amanuensi.

Comparve del leggero fumoso umido nello sguardo del Cardinale. Ecce homo, ecce scripta: si aprì per l’ultima volta il Decameron nella polvere. E Giovanni Boccaccio, il Cardinale, assisteva alla scena con un anestetizzato rimpianto. Odio verso il proprio Io passato, incespicare nel buio e smarrirsi perché guidati dalla propria presunzione erano la sua antica dannazione. L’espiazione di una vita che aveva osato oltre il permissibile gli concedeva del distacco verso la scena: nessun liricismo o pateticità. Achille e la tartaruga erano il vecchio ed il nuovo Boccaccio: ciò che intercorreva tra loro era solo fuoco.

Nel nome del passato, del presente e dello Spirito conciliatore.

 

Cent’anni  di solitudine

Bobby Solo

di Sergio Saracchini

FOTO DAL TITOLO -SOLO IL SOLE- AUTORE SERGIO SARACCHINI.jpg

Solo, si sentiva solo, estremamente solo. I genitori non li aveva più, era figlio unico e il suo migliore amico era lo specchio. Si chiamava Roberto ma lo chiamavano, ironicamente, Bobby, “Bobby Solo”.

Naturalmente nulla a che vedere con il famoso cantante, un nome preso in prestito, un appellativo per identificarlo in quel suo mondo di solitudine. Bobby non aveva nessun tipo di malattia, non abusava d’alcool o stupefacenti, nessuna sregolatezza, eccesso o trasgressione. In lui soltanto un’estrema solitudine e una continua ricerca di qualcosa, ma di cosa? Era una domenica grigia e minacciosa di pioggia, Bobby stava vagando per la città, in giro quasi nessuno, tutti ritirati nelle loro case, nel calore delle famiglie, circondati da voci, affetti, attenzioni, condivisioni, tutti nelle loro vite a colori. Mentre camminava incominciò a piovere. La consistenza della pioggia aumentò a tal punto che dovette riparare nel primo luogo al coperto, una chiesa. All’interno nessuno. Bobby andò a sedersi su una delle panche in prima fila, proprio di fronte al grande crocefisso ligneo.

La stanchezza, per la corsa sotto la pioggia, e quella spossatezza che da qualche tempo si era impadronita del suo corpo, lo portarono a chinare il capo sul petto e congiungere le mani quasi volesse assopirsi in preghiera. Non passò molto che una voce ruppe quel silenzio religioso: “Roberto, cosa ti tormenta?”. Bobby, intimorito e confuso, alzò il capo lentamente, ma non fece in tempo a realizzare che quella voce si ripresentò: “Roberto, non aver paura”.

Impallidendo rimase quasi in apnea con gli occhi sgranati sul viso di quel Cristo. Non vide le labbra muoversi, lo sguardo era fisso e rivolto verso l’alto, ma quella voce si fece risentire: “Apriti a me, lascia che io possa aiutarti, cosa ti affligge?”. Bobby, senza esitazione e senza farsi troppe domande, balbettando rispose: “Solo! Mi sento solo! Estremamente solo!”. La voce replicò: “Solo? Su questa croce sono salito solo e solo sono morto, ma non sono triste”.  Bobby rispose: “Ma come fai a non essere triste?”. La voce diede la risposta: “Perché insieme a me c’è la fede, c’è Dio Padre che mi accompagna e mi ama”. Quasi vergognandosi Bobby rispose: “Io non posso pensare che lui possa amare una persona come me, che non crede in nulla pur avendo tutto o quasi tutto dalla vita”. La voce non lasciò passare troppo tempo: “Lo hai detto, quasi tutto, ma una cosa ti manca.

Non ti preoccupare di non avere virtù, amami per come sei, in ogni istante amami, nell’abbondanza, nell’aridità, nella fede, nell’infedeltà amami, semplicemente amami come faccio io con te. Lasciati illuminare dal sole”. Da lì a poco la luce del sole penetrò dalle finestre illuminando la chiesa e la pioggia d’incanto svanì. Bobby, in quel momento magico, non esitò ad alzarsi e uscire.

La voce divenne ancora più calda: “La luce del sole è entrata attraverso le finestre della chiesa illuminando la casa di nostro Signore. Non tenere chiusa la tua finestra, non tenere chiuso il tuo cuore, lasciati illuminare. Solo non fu più, ora era Roberto.

 

 

 

Annunci

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: